lunedì 30 ottobre 2023

Lars Gustafsson

 Ci sono libri nei quali ci si perde, nei quali si entra per perdersi, perché non si vuole più uscirne. Sono quelli che indagano l’anima o il mistero di sé. 

Di ognuno di questi libri offro solo l’incipit, ovvero il primo, o i primi paragrafi; di qualcuno, l’ultimo o gli ultimi, ovvero l’explicit. Spero, per voi che leggerete, che servano d’invito a perdervi in essi.

Posso citarne molti (ovvero, posso citare alcuni di quelli nei quali mi sono perso io, perché forse ognuno ha i suoi). Dopo quelli della settimana scorsa, eccone quattro dello stesso autore:



L'AUTENTICA STORIA DEL SIGNOR ARENANDER


(Questa è una storia in cui l’eroe, già dal primo capitolo, è irrimediabilmente

perduto. Poiché nelle pagine che seguono vengono comunque prese in 

considerazione le sue possibilità di salvezza, insorge un’incongruenza,

    Tale incongruenza è giustificata, non soltanto intenzionale.)

 

Traduzione di Vincenzo Nardella

Da L’autentica storia del signor Arenander, Bompiani, 1972

 


venerdì 27 ottobre 2023

Scott Spencer

 Ci sono libri nei quali ci si perde, nei quali si entra per perdersi, perché non si vuole più uscirne. Sono quelli che indagano l’anima o il mistero di sé. 

Di ognuno di questi libri offro solo l’incipit, ovvero il primo, o i primi paragrafi; di qualcuno, l’ultimo o gli ultimi, ovvero l’explicit. Spero, per voi che leggerete, che servano d’invito a perdervi in essi.

Posso citarne molti (ovvero, posso citare alcuni di quelli nei quali mi sono perso io, perché forse ognuno ha i suoi). Dopo Pedro Páramo e Sotto il Vulcano, ecco


UN AMORE SENZA FINE


Quando avevo diciassette anni e obbedivo totalmente ai più solleciti comandi del cuore, mi allontanai dai cammini della normalità e nello spazio di un istante rovinai ogni cosa che amavo, così profondamente amavo, e quando l’incorporea sostanza dell’amore si ritrasse nella paura e il mio stesso corpo finì segregato, fu difficile per gli altri credere che un’esistenza ancora così nuova potesse soffrire così irrevocabilmente. Ma gli anni sono trascorsi e la notte del 12 agosto 1967 divide ancora la mia vita.

 

Traduzione di Francesco Franconeri

Da Un amore senza fine, Sellerio, 2015

mercoledì 25 ottobre 2023

Malcolm Lowry

 Ci sono libri nei quali ci si perde, nei quali si entra per perdersi, perché non si vuole più uscirne. Sono quelli che indagano l’anima o il mistero di sé. 

Di ognuno di questi libri offro solo l’incipit, ovvero il primo, o i primi paragrafi; di qualcuno, l’ultimo o gli ultimi, ovvero l’explicit. Spero, per voi che leggerete, che servano d’invito a perdervi in essi.

Posso citarne molti (ovvero, posso citare alcuni di quelli nei quali mi sono perso io, perché forse ognuno ha i suoi). Dopo Pedro Páramo, ecco


SOTTO IL VULCANO


Due catene di montagne tagliano la repubblica approssimativamente da nord a sud, formando tra loro tutta una serie di vallate e di altipiani. Sovrastando una di queste valli, che è dominata da due vulcani, sorge, a duemila metri sul livello del mare, la città di Quauhnahuac. Si situa a sud del Tropico del Candro, esattamente sul diciannovesimo parallelo, alla stessa latitudine circa delle Isole Revillagigedo, a ovest nel Pacifico, o, molto più a ovest, dell’estrema punta meridionale della Hawaii – o anche alla stessa latitudine del porto di Tzucox, a est, sulla costa atlantica dello Yucatan presso il confine dell’Honduras britannico, o, molto più a est, della città di Jaggernaut, in India, sul Golfo del Bengala.

[…]

    Oh, Yvonne, tesoro mio, perdonami! Mani robuste lo sollevarono. Aprendo gli occhi, egli guardò giù, aspettandosi di vedere, sotto di sé, la giungla magnifica, le montagne, Pico de Orizabe, Malinche, Cofre de Perote, come quei picchi della sua vita conquistati l’uno dopo l’altro, prima che la più grande di tutte le sue ascensioni, questa, fosse felicemente, se pur non del tutto secondo le regole, terminata. Ma non c’era nulla, qui: niente picchi, niente vita, niente ascensioni. Né questa sommità era esattamente una sommità: non aveva sostanza, non solide basi. Essa pure crollava, qualunque cosa fosse, si sbriciolava, mentre egli precipitava, precipitava nel vulcano, che doveva aver scalato, dopo tutto, sebbene ora avesse nelle orecchie quel rumore di lava che trabocca, orribilmente, era in eruzione, ma no, non era il vulcano, era il mondo stesso che stava esplodendo, che esplodeva in neri grumi di villaggi catapultati nello spazio, e lui che cadeva in mezzo a tutto ciò, nell’incredibile pandemonio di un milione di carri corazzati, nel bagliore di dieci milioni di corpi fiammeggianti, cadeva entro una foresta, cadeva…

    A un tratto egli urlò e fu come se quell’urlo rimbalzasse lanciato da un albero all’altro, come se la sua eco ritornasse, poi, come se gli stessi alberi si avvicinassero, lo stringessero da presso, serrati gli uni agli altri, chinandosi su di lui, pietosi…

    Qualcuno gli scagliò dietro un cane morto, nel burrone.

 

Traduzione di Giorgio Monicelli

Da Sotto il vulcano, Feltrinelli, 1966


lunedì 23 ottobre 2023

Juan Rulfo

Ci sono libri nei quali ci si perde, nei quali si entra per perdersi, perché non si vuole più uscirne. Sono quelli che indagano l’anima o il mistero di sé. 

Di ognuno di questi libri offro solo l’incipit, ovvero il primo, o i primi paragrafi; di qualcuno, l’ultimo o gli ultimi, ovvero l’explicit. Spero, per voi che leggerete, che servano d’invito a perdervi in essi.

Posso citarne molti (ovvero, posso citare alcuni di quelli nei quali mi sono perso io, perché forse ognuno ha i suoi), a cominciare dal più enigmatico di tutti, il Pedro Páramo di Juan Rulfo.


PEDRO PÁRAMO
 

Venni a Comala perché mi avevano detto che mio padre, un tal Pedro Páramo, abitava qui. Me lo disse mia madre. E io le avevo promesso che sarei venuto a trovarlo quando lei fosse morta. Le avevo stretto l mani per farle capire che l’avrei fatto; lei era pronta a morire e io a prometterle qualsiasi cosa. «Non mancare di fargli visita, – mi  raccomandò. – Si chiama così e cosà. Sono sicura che gli farà piacere conoscerti». Per cui non potei far altra cosa che dirle che l’avrei fatto, glielo assicurai e continuai a dirglielo anche dopo che alle mie mani costò fatica liberarsi dalle sue mani morte.

Ancora prima mi aveva detto:

– Non chiedergli nulla. Pretendi solo ciò che è nostro. Ciò che era obbligato a darmi e che non mi diede mai… Figlio mio, fagli pagare caro l’oblio in cui ci ha lasciati.

– Lo farò, madre.

Ma non pensai a mantenere la promessa. Fino a ora, quando cominciai a sognare, a far volare le illusioni. E in questo modo prese forma un mondo intorno all’aspettativa rappresentata da quel signore chiamato Pedro Páramo, il marito di mia madre. Per questo venni a Comala.


Traduzione di Paolo Collo

da Pedro Pàramo, Einaudi 2004




venerdì 20 ottobre 2023

Antonella Anedda

 CONTRASTO


Lo capite da sole parole,

non vi posso più mostrare

con voi faccio del male. Non posso continuare.

Non voglio ferire, non voglio lusingare

ma restare nel calore minimo di un cerchio familiare.

Dunque parole siate buone, andate nel silenzio

abbasserò la voce fino in fondo.

Dalla bocca già escono solo sciami di lettere

cartigli medievali.

L'incontro dei vivi con i morti è il nostro affresco.

Serve a rinunciare.


da Tutte le poesie, Garzanti Grandi libri, 2023

mercoledì 18 ottobre 2023

Antonella Anedda

 VEDO DAL BUIO


Vedo dal buio

come dal più radioso dei balconi.

Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce

scostandola in silenzio

fino al varco più nudo - al nero

di un tempo che compone

nello spazio battuto dai miei piedi

una terra lentissima

- promessa.


da Tutte le poesie, Garzanti, Grandi libri, 2023

lunedì 16 ottobre 2023

Antonella Anedda

 ORA TUTTO SI QUIETA, TUTTO RAGGIUNGE IL BUIO.


Non parlavo che al cappotto disteso

al cestino con ancora una mela

ai miti oggetti legati

a un abbandono fuori di noi

eppure con noi, dentro la notte

inascoltati.


da Tutte le poesie, Garzanti, Grandi libri, 2023

venerdì 13 ottobre 2023

Vittorio Bodini

 GENERAZIONE


Quanti fili spezzati
di vite, di romanzi
fra le acacie, sui prati.
Quante strade percorse
camminando
sopra i passi d'un altro.
Le sedie vuote dei caffè ci odiano
ed i fatti si ammucchiano a vista d'occhio
come le armi di un esercito sconfitto.
O città plumbea e amata, in qualche posto
dovrebbe esser murato
il tuo cadavere d'oro.
Uomini dalla testa di girasole
lo cercano in ripostigli che odorano
di biancheria di donna e di tristezza.
Altri guidano macchine violente
e le ombre loro sull'asfalto
non sono cigni non sono
che piume nubili
senz'alito
ferme.
Ahi, e veder cieli alzarsi e cadere
e intanto ha fine il nostro bene:
lontano e privo di soccorsi il grido
della generazione si dissangua
ed un geranio è la sua rossa bara.

da Tutte le poesie, Oscar Mondadori

mercoledì 11 ottobre 2023

Vittorio Bodini

LECCE


Biancamente dorato
è il cielo dove
sui cornicioni corrono
angeli dalle dolci mammelle,
guerrieri saraceni e asini dotti
con le ricche gorgiere.

Un frenetico gioco
dell'anima che ha paura
del tempo,
moltiplica figure,
si difende
da un cielo troppo chiaro.

Un'aria d'oro
mite e senza fretta
s'intrattiene in quel regno
d'ingranaggi inservibili fra cui
il seme della noia
schiude i suoi fiori arcignamente arguti
e come per scommessa
un carnevale di pietra
simula in mille guise l'infinito.


da Tutte le poesie, Oscar Mondadori


lunedì 9 ottobre 2023

Vittorio Bodini

 COME UN POLPO SBATTUTO


Come un polpo sbattuto ancora vivo contro lo scoglio
si arricciolavano i miei pensieri
a Bari fra le barche verdi e gli inviti
favolosi dei venditori
di quella iridescente pena; ma io
non avevo che una moneta
d'impazienza e di notte,
una moneta nera dei paesi
dell'interno, che soffoca le case
fra orizzonti di corda su cui oscilla
la tarantola - un'altra pena; e tu un'altra,
quando dicesti: la pietà è più forte
dell'amore. Più rapida è volata
che il mio odio la mano sulla tua guancia.

da Tutte le poesie, Oscar Mondadori


venerdì 6 ottobre 2023

Ezra Pound

da CANTO LXXXI


[ . . . ]

 

Ciò che sai amare rimane

                                          il resto è scoria

Ciò che tu sai amare non sarà strappato da te

Ciò che tu sai amare è il tuo vero retaggio

Il mondo, quale? Il mio, il loro

                       o di nessuno?

Prima venne la vista, poi diventò palpabile

   Eliso, fosse pure in quell’antro d’inferno,

Ciò che tu sai amare è il tuo vero retaggio

Ciò che tu si amare non ti sarà strappato

 

La formica è centauro nel suo mondo di draghi.

Deponi la tua vanità, non è l’uomo

che ha fatto il coraggio, o l’ordine o la grazia,

   Deponi la tua vanità, dico, deponila!

La natura t’insegni quale posto ti spetta

Per gradi d’invenzione o di vera maestria,

Deponi la tua vanità,

                                  Paquin, deponila!

Il casco verde tua eleganza offusca.

 

«Padroneggia te stesso, e gli altri ti sopporteranno»

   Deponi la tua vanità

Sei cane bastonato sotto la grandine

Tronfia gazza nel sole delirante,

Mezzo nero mezzo bianco

tu non distingui fra ala e coda

Giù la tua vanità

              Spregevole è il tuo odio

Che si nutre di falso,

              Deponi la tua vanità,

Sollecito a distruggere, avaro in carità,

Deponi la tua vanità,

               Dico, deponila!

 

Ma avere fatto piuttosto che non fare

              questa non è vanità

Aver bussato, discretamente,

Perché un Blunt ti apra

        Avere colto dall’aria una tradizione viva

o da un occhio fiero ed esperto l’indomita fiamma

Questa non è vanità.

   L’errore sta tutto nel non fatto,

sta nella diffidenza che tentenna…


Traduzione di Mary de Rachewiltz

 

da I Cantos, Meridiani Mondadori, 1985


mercoledì 4 ottobre 2023

Ezra Pound

 CANTO XLIX

 

 

Per i sette laghi, e di nessuno questi versi:

Fiume in secca; piove; un viaggio,

Lampi di nuvole diaccie, nel crepuscolo piove a dirotto

Una sola lanterma sotto il trave della capanna.

Roridi i giunchi; curvi;

E i bambù sussurrano pianto.

 

Luna d’autunno; intorno ai laghi al tramonto

si stagliano i colli

La sera è un sipario di nubi,

sfoca l’increspatura d’onda denticolata

dai lunghi lanceoli di cinnamomo,

fredda musica di canne.

D’oltre colle il vento porta

lo scampanellìo del monaco.

Una vela passò di qui in aprile, forse ripassa in autunno

Lenta si fonde la barca nell’argento;

Sul fiume solo il sole abbaglia.

 

Dove nel tramonto avvampa una vela vinacea

Qualche comignolo fuma nella luce bieca

Neve fiocca sul fiume

E un mondo è smaltato di giada

La giunca come lampada ondeggia,

Si agghiacciano i rivi. E a San Yin

regna il dolce far niente.

 

Oche selvatiche planano sulle sirte,

Nuvole accerchiani la finestrella

Distesa d’acqua; si diradano le oche bnell’autunno

Le cornacchie gracidano sulle lampàre,

Una luce percorre l’orizzonte a nord;

dove i ragazzi pungono sassi per i gamberi.

Nel millesettecento giunsero i Tsing tra questi laghi di collina.

Una luce percorre l’orizzonte a sud.


[ . . . ]


Traduzione di Mary de Rachewiltz

 

da I Cantos, Meridiani Mondadori, 1985


lunedì 2 ottobre 2023

Ezra Pound

 CANTO XLV

 

Contro l’Usura

 

Con usura nessuno ha una solida casa

di pietra squadrata e liscia

per istoriarne la facciata,

con usura

non v’è chiesa con affreschi di paradiso

harpes et luz

e l’Annunciazione dell’Angelo

con le aureole sbalzate,

con usura

nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine

non si dipinge per tenersi arte

in casa, ma per vendere e vendere

presto e con profitto, peccato contro natura,

il tuo pane sarà straccio vieto

arido come carta,

senza segala né farina di grano duro,

usura appesantisce il tratto,

falsa i confini, con usura

nessuno trova residenza amena.

Si priva lo scalpellino della pietra,

il tessitore del telaio

CON USURA

la lana non giunge al mercato

e le pecore non rendono

peggio della peste è l’usura, spunta

l’ago in mano alle fanciulle

e confonde chi fila. Pietro Lombardo

non si fe’ con usura

Duccio non si fe’ con usura

né Piero della Francesca o Zuan Bellini

né fu «la Calunnia» dipinta con usura.

L’Angelico non si fe’ con usura, né Ambrogio de Praedis,

Nessuna chiesa di pietra viva firmata: Adamo me fecit.

Con usura non sorsero

Saint Trophime e Saint Hilaire,

Usura arrugginisce il cesello

arrugginisce arte e artigiano

tarla la tela nel telaio, nessuno

apprende l’arte d’intessere oro nell’ordito;

l’azzurro s’incancrena con usura; non si ricama

in cremisi, smeraldo non trova il suo Memling

Usura soffoca il figlio nel ventre

arresta il giovane drudo,

cede il letto a vecchi decrepiti,

si frappone tra i giovani sposi

                        CONTRO NATURA

Ad Eleusi han portato puttane

Carogne crapulano

ospiti d’usura.

 

 

N.B. Usura: una tassa prelevata sul potere d’acquisto senza riguardo alla produttività, e sovente senza riguardo persino alla possibilità di produrre. (Onde il fallimento della Banca dei Medici.)


Traduzione di Mary de Rachewiltz

da I Cantos, Meridiani Mondadori, 1985