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venerdì 30 settembre 2011

Massimo Gezzi

QUATTORDICI FOGLIE

Stamattina la luna ha un fumo pallido intorno
e i parabrezza sono carichi di gelo:
le mani cavate dal tepore delle tasche
si arrossano, a graffiarli. Restano quindici foglie
di castagno appese ai rami: quattordici,
quando un refolo più lungo le agita
e ne manda una in terra: cielo concluso,
appuntamento a qualche mese per vedere
di nuovo la piccola mano riformarsi,
dov’era poco fa. Magari fosse questa identica
logica a guidarci: persa una vita
che faceva meno vuoto il nostro corso,
aspettare qualche mese, scrutare negli angoli
o sotto le lenzuola, con pazienza registrare
gli indizi di una nuova comparsa:
i capelli sul cuscino, lo spigolo dei libri sistemati
con cura, il profumo del caffè,
quando siamo ancora a letto.
E invece non c’è nulla,
e nemmeno la foglia che in aprile
tenterà la prima luce sarà uguale
a quella precedente. I rami cuciranno
i loro vuoti in silenzio, non impiegheranno
troppo tempo per capire.


Da L'attimo dopo, Luca Sossella Editore, 2009

lunedì 29 agosto 2011

Massimo Gezzi


MATERIES AETERNA

                                                                              nisi materies aeterna teneret
                                                                                                                         Lucrezio

Mi alleno cosi: imparo a numerare
le ombre che mi passano fra palpebra
e pupilla mentre dormo, e quando mi sveglio
devo solo limitarmi a ripetere
l’identico gesto con i vivi –
se le cose fossero le cose
non potrebbero cambiare di valore
in poco tempo: al muro stamattina una bici
che solo un giorno fa era un mezzo
con due ruote è cavalcata da un fantasma –
se le cose restassero cose per sempre,
se non decidessero di saltare sulle dita,
di smaterializzarsi (una notte di lavaggi
ho impiegato per togliermi dal pollice
1l puzzo dell’aglio) – invece le cornacchie
tossiscono sui coppi,
e non se ne avvedono, e il suono
passa vetri e guarnizioni e salta dentro
una persona, conformandosi
alla storia precisa di nevrosi
di ognuno – se le cose restassero le cose,
se fossero forme coerenti e ripetibili
e non si rovinassero le sagome nel tempo:
ora una stessa carne sarebbe il mio guanciale,
e i chiodi sul muro racconterebbero
la storia del mio corpo,
ficcàti bene dentro da bambino,
lasciati a metà quando sai
che poi col martello non riesci a sradicarli,
se non resta uno spazio.
                                            Niente più capelli
nello scarico del bagno, il bolo scende giù
nella rete fognaria, si trasforma in poltiglia
che nutre non so cosa. Avrei desiderato
un tappeto di capelli, per dormire: stenderlo per terra,
rigirarmi quattro volte su me stesso
fino a sentire la tensione delle spire dipendere
da un minimo scatto della testa. Invece,
i capelli sono andati a finire
nei tombini, sono persi come persa
è la foglia che si sbriciola e diventa
frantume che non ricorda più nulla
della gemma.
                              I cancelli dell’università
diventano più freddi con il freddo,
ogni sera fanno il solito
strido di chiusura quando viene
il custode a inchiavarli – per anni
resteranno ancora lì, fino a che
in un giorno come tanti un altro uomo
batterà con il martello sui cardini
per estrarli dal cemento – la ruggine
che rode la vernice farà un’ombra
sulla pietra – saranno trasportati
su un furgone, abbandonati in un deposito
o buttati in un fosso – dove rimarranno
in incognito cancelli, appiglio
di convolvoli, pettine di erbe: nessuno saprà
che aprendosi sui perni gemevano
di attriti - le lumache passeranno
tra le sbarre agilmente.

Da L’attimo dopo, Luca Sossella Editore, 2009