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venerdì 18 gennaio 2019

Masha Kaléko


Questa settimana, tre poesie di Masha Kaléko (1907-1975). Tre poesie sullo svanire dell’amore, dopotutto. Tre poesie di un’agghiacciante amarezza (mascherata dal garbo e dall’ironia) che sfiora il cinismo. Tre poesie che trovo terribili, perciò, a loro modo, impareggiabili davvero.



IL GIORNO DOPO

Ci svegliammo. Il sole appariva sporadico
attraverso le strette fessure di grigie persiane.
Facesti un gran sbadiglio. Ammetto francamente:
non era un bel rumore. E mi era chiaro:
i coniugi non ardono d’amore.

Io ero coricata. Tu ti guardavi allo specchio.
Con discrezione eri assorto nel farti la barba.
Stendevi la mano verso la spazzola e la pomata.
Ti guardavo muta. Portavi il sigillo
del marito perfetto.

Come all’istante molte cose mi disturbarono!
– La stanza, tu, i fiori quasi appassiti,
i bicchieri, che ieri sera avevamo vuotato,
gli avanzi della confettura che si era gustata.
… Tutto ciò si vede al mattino con altri occhi.

Durante la colazione non hai parlato. (Occupato con le michette.)
– È igienico, ma non molto bello.
Ho visto la gelatina di frutta sulle tue labbra,
ti ho visto inzuppare nel caffè il pane imburrato –
una cosa che odio con tutte le mie forze!

Mi sono vestita. Hai scrutato le mie gambe.
C’era ancora l’odore del caffè bevuto tempo prima.
Andai alla porta. Il mio lavoro cominciava alle nove.
Avevo un forte presentimento – Ma dissi solo:
“È ormai ora! Devo andare…”.

Traduzione di Gio Batta Bucciol

Da “Poesia”, Anno XXXI, Ottobre 2015, n. 341


mercoledì 16 gennaio 2019

Masha Kaléko


Questa settimana, tre poesie di Masha Kaléko (1907-1975). Tre poesie sullo svanire dell’amore, dopotutto. Tre poesie di un’agghiacciante amarezza (mascherata dal garbo e dall’ironia) che sfiora il cinismo. Tre poesie che trovo terribili, perciò, a loro modo, impareggiabili davvero.



ADDIO

Te ne sei andato. Col treno delle nove e sette.
Non ti ho trattenuto. E ora mi dispiace.
– Di te è rimasto soltanto
qualche foto e la solitudine.

Sento ancora in lontananza fischiare il diretto.
Tra un paio d’ore arriverai a Polzin.
Mi hai lasciata sola nella grande Berlino.
Ora andrò vagando per strade rumorose,

scontenta tornerò poi nella stanza ammobiliata
che per trenta marchi è la mia casa,
attenderò il saluto di una tua lettera
e di sera guarderò talvolta verso la porta.

… Mi rendo conto. Lo so. Mi mancherà
non trovarti alle sei davanti alla stazione.
– A chi dirò quel che è successo nella giornata,
a chi confiderò i fastidi dell’ufficio?

Ora che sei partito, vedo tutto offuscato.
L’avessi sospettato, non ti avrei lasciato andare.
Quel che ci manca sembra sempre bello.
Da cosa dipende… È forse amore?

Come piove oggi! Vien quasi da pensare
che il termometro scenda con l’umore.
La signora Meilich ha chiuso il riscaldamento.
E da qualche parte in casa sbattono le porte.

Ora sto seduta nella mia stanza senza di te
e tutta sola bevo il caffè allungato.
– Lo so: d’ora in poi sarà così, qualche volta.
Molto spesso, forse… Oppure: per sempre.

Traduzione di Gio Batta Bucciol

Da “Poesia”, Anno XXXI, Ottobre 2015, n. 341


lunedì 14 gennaio 2019

Masha Kaléko


Questa settimana, tre poesie di Masha Kaléko (1907-1975). Tre poesie sullo svanire dell’amore, dopotutto. Tre poesie di un’agghiacciante amarezza (mascherata dal garbo e dall’ironia) che sfiora il cinismo. Tre poesie che trovo terribili, perciò, a loro modo, impareggiabili davvero.


AMORE NELLA GRANDE CITTÀ

Ci si conosce così, di sfuggita, da qualche parte,
e prima o poi ci si dà un appuntamento,
qualcosa di indefinito
spinge a non separarsi più.
Durante il secondo gelato al lampone si arriva al “tu”.

Ci si affeziona e nel grigiore dei giorni
Già si profila la luminosità di liete ore serali.
Si condividono ansie quotidiane, seccature
E anche la gioia di aumenti salariali,
… al resto provvede il telefono.

Ci si incontra nel trambusto di vie metropolitane.
Non a casa: nella stanza mobiliata.
– Nel caos del frastuono e dello sfrecciare di auto
– lontani dal cicaleccio di pettegole e malelingue,
si va in due, tranquilli e svagati.

Di tanto in tanto ci si bacia su panchine solitarie
– oppure su un sandolino.
L’erotismo va limitato alla domenica.
… A chi viene in mente di pensare al futuro?
Si parla con pragmatismo e si arrossisce di rado.

Non ci si fa dono di rose e di narcisi
e non si mandano messaggeri in casa.
– Poi, sazi di baci e delle gite di fine settimana,
ci si spedisce con la posta del Reich,
in stile stenografico, una sola parolina: “fine”!

Traduzione di Gio Batta Bucciol


Da “Poesia”, Anno XXXI, Ottobre 2015, n. 341