Visualizzazione post con etichetta Nail Chiodo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nail Chiodo. Mostra tutti i post

venerdì 25 gennaio 2019

Nail Chiodo


FROM THE ITALIAN OF GIOVANNI DELLA CASA

O sleep, o of the quiet, humid, shady
night the placid son; o of sickly humans
comfort, sweet oblivion of the inhuman
evils that make life bitter and staid;
succor the heart that now languishes and rest
has not, and these limbs tired and frail
uplift: fly to me o sleep, and your pale
wings spread over me and rest.
Where’s the silence that flees the day and light thereof?
And the soft dreams that follow you
with doubtful vestiges whatever the weather?
Drained, for in vain I call you, and these obscure
and icy shadows vainly flatter. O feathers
bitter to the brim! O nights raw and fewer!


AL SONNO

O sonno, o de la queta, umida, ombrosa
notte placido figlio; o de’ mortali
egri conforto, oblio dolce de’ mali
sì gravi ond’è la vita aspra e noiosa;
soccorri al core omai che langue e posa
non have, e queste membra stanche e frali
solleva: a me ten vola o sonno, e l’ali
tue brune sovra me distendi e posa.
Ov’è ’l silenzio che ’l dì fugge e ’l lume?
e i lievi sogni, che con non secure
vestigia di seguirti han per costume?
Lasso, che ’nvan te chiamo, e queste oscure
e gelide ombre invan lusingo. O piume
d’asprezza colme! o notti acerbe e dure!

mercoledì 23 gennaio 2019

Nail Chiodo


FROM THE ITALIAN OF GIACOMO LEOPARDI

for Katharine Washburn

Always dear to me was this solitary hill
and this hedge which on many sides
excludes all sight of the last horizon.
But sitting and gazing at endless spaces
beyond it, and superhuman
silences, and impenetrable stillness,
in thought I plunge unto where
the heart almost cringes. And as I hear
the wind rustling in this brush, I that
infinite silence, to its voice,
compare: and sense the eternal;
and the dead seasons; and the present,
with sound alive. Thus amid such
immensity does my thought drown
and sweet to me is drifting in this sea.



L’INFINITO
  
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.




venerdì 14 ottobre 2016

Nail Chiodo

INVITO A UNA SEDUTA SPIRITICA AL TAVOLO DEL BANCHETTO


Se avessi il privilegio della tua compagnia,
Bob Dylan, per un tête à tête, una sera a casa mia, 
t’offrirei per prima cosa quello che credo sia
il miglior posto per sedersi; poi, se ci fosse altro
che, spero, gradiresti e che potrei offrirti
farei del mio meglio per procurartelo.
Poi però starei zitto, come tu fossi un re
di fronte al quale si parla solo se richiesti.
Se prima della fine della serata – alla quale potresti 
desiderare dare un taglio! – fossi tanto gentile                           
di chiedere d’esprimermi riguardo a una questione
che io – una specie di tuo suddito – penso
possa avere per noi un comune interesse,
potrei azzardare a dirti: “Mi stavo domandando
se accetteresti il Nobel per la letteratura
nel caso in cui ti fosse – finalmente, direbbero
certo in molti – assegnato. Perché anch’io
non avrei da ridire – nel caso l’alto onore
per la letteratura ti venisse accordato.
Me ne starei seduto in bilico sul bordo della sedia
a sentire il Discorso che faresti al Banchetto!
Ma ancora più impensabile per me sarebbe quello                    
che poi potresti dire nella tua Allocuzione.
Allora, me ne starei a orecchie spalancate,
come è indubbio farebbero in tutto il mondo.
E parleresti a lungo, in bella prosa?
Hai idea dell’argomento che potresti affrontare?”                     
Questo, caro Bob Dylan, è quel che vorrei chiederti.
(Sia chiaro, non presumo d’indovinare la risposta.           
Non potrei mai metterti in bocca le parole.                               
Però sarei un ipocrita se ora non ammettessi
che mi scompiscierei a sentire, nel tuo regale hick:               
“Mica sono venuto qui per farvi la predica”).

Traduzione di Francesco Dalessandro 

mercoledì 24 settembre 2014

Nail Chiodo

CIÒ CHE DISSE LA BALENA

Ah, Manhattan, coi tuoi condomini
più alti dei colli toscani, dei paesi di collina,
le imponenti colonne, nessuna in rovina!
Me ne stavo in mutande, in mezzo a te, 
lottando con le parole e il silenzio; dai radiatori
con superbia i sifoni sbuffavano vapore
nella mia camera e in quella di lei – 
che batteva sulla sincerità; io, sulla verità:
la fusione alfine produsse coltelli.
Decollai come un missile da Baikonur.
Per come sento ora, per come la vedo, nella storia 
contemporanea ci vorrebbe più umorismo!
Mi ritirerò nella Foresta Nera,
rinchiuso fra i pini ed i libri.                                    

Traduzione di Francesco Dalessandro

da In the Instant's Guise, Selected Poems 1978-2011, 2011

mercoledì 16 maggio 2012

Nail Chiodo


IL SISIFO DEL MITO

Il dolore: cos’è, che così mi ha risparmiato?
M’ha infastidito solo fino al sorriso
e voleva che appena sapessi
la pura parte che la vita rende più vivibile.
Salendo a grandi passi, fianco a fianco con Sisifo,
gioco col mio ciottolo, e si parla:
dice di trascinare navi attraverso l’istmo…
Ogni discorso non è che interscambio di pensiero.
Io non so cosa lui pensi di me,
né lui sa cosa mi saltelli per la mente;
gli lampeggia negli occhi grande perplessità
se sorrido alle cose che ancora sembrano gentili.
I segreti del dolore, così, restano celati
e nelle prove di Corinto si rivela il nulla.




Traduzione di Francesco Dalessandro


da In the Instant’s Guise, 2011

mercoledì 23 marzo 2011

Nail Chiodo

LUCUS FERONIAE, CANTO I

Già quarant’anni fa, dall’altra parte dell’empio Atlantico,
parecchi giovani della mia generazione
erano inclini a lasciare città o suburbi
per tornare alla terra, in cerca d’un modo di vivere
diverso, spinti da istintivo disgusto per lo spreco
trasudante dai pori di un corpo politico
vittima di consumanti consumi.
Quei “maledetti, figli di puttana, hippie di merda”
(come i
rednecks locali preferivano chiamare
i figli dei fiori) furono i primi a sentire il calore
del processo di combustione che proprio in quegli anni
aveva raggiunto il punto critico: allora, per alimentare
l’espansione del sistema industriale mondiale,
venne prodotta venduta e comprata più energia
di quella generata dalla fotosintesi delle piante della terra
e dalle acque. Ormai l’Uomo valeva più del Sole.
E questo fu l’inizio di una fine molto particolare.
In seguito a quel mutamento epocale,
il saccheggio del globo è avanzato a vele spiegate
(sarebbe più esatto dire: a tutto vapore),
e ancor più tangibile, a mio avviso,
delle overdose di radiazioni ultraviolette
che attraversano lo strato sottile dell’atmosfera
e ci raggiungono sulla spiaggia, è sapere –
o, se preferite, sentire a pelle – che anche
entro la nostra società ingrandisce un deserto,
più arido di quelli che invadono dai tropici.
Non vorrei aggiungere al danno la beffa
in questo poema, o abbattere una porta già aperta,
tentando di convincere qualcuno di qualcosa,
ma: «L’umanità intera avrà la sorte che merita»
1.
A colpire – va pur detto – è che i casi individuali
confermino la regola generale: che epoca
straordinaria da vivere, ma con la sorpresa
che è in pieno svolgimento un’apocalisse  
a opera d’uomo, quale nessuno dei nostri progenitori
timorati di Dio, a eccezione forse di Malthus,
ha mai immaginato umanamente possibile!
Non è proprio il tipo di storia che si potrà raccontare
ai nipoti («Quando avevo la tua età, il mondo
aveva appena cominciato ad andare in malora…»),
né una rivelazione che sia facile condividere
con i contemporanei («Uomini chini, su signore
pecorelle, bau-bau, grazie, andate pure a casa…»).
Perché – superfluo dirlo – se per noi
non fosse così difficile comunicare,
non ci troveremmo in tali strettoie.
Inoltre, anche questa difficoltà è opera nostra,
sebbene non sia l’effetto di scelte consapevoli
ma della confusione di voci diverse
che potrebbero parlare a un individuo
ma non a una nazione, a una comunità
ma non al mondo: cosa potranno mai dire,
a una ragazza carina, le spartizioni della Polonia?
cosa, l’iniquità della sovrappopolazione?
Tuttavia, essendo le Bestie che siamo, forse
non c’è da stupirsi se la maggior parte di noi,
minimo, è finita preda di tali equivoci:
tutto ciò che fu alle origini dell’umana creazione
– le nostre ascendenze, natura di scimmie
e cultura da caverne, il terrore primordiale
che umiliò i giganti, i soverchianti diritti
delle famiglie e dei clan, il primitivo impegno
dei possidenti a imporre restrizioni ai servitori –,
tutto è ancora con noi, accanto alla smania di libertà;
mentre quel nuovo tipo di colossi che siamo diventati
non può essere umiliato più d’un esercito di formiche,
o della muffa attecchita su una mezza pagnotta.

1 Albert Einstein


Traduzione di Nanni Cagnone
da LUCUS FERONIAE