NEL NOME D’OGGI
Nel nome d’oggi, giorno ventisei
dell’aprile del mille novecento
cinquantanove, domenica
di nuvole col sole, alle tre –
come dispone il tempo –
del pomeriggio nel quale do inizio
all’esercizio sul primo pronome
del singolare indicativo,
come pure nel nome dell’uccello,
della schiuma del mandorlo,
ed infine del mondo che abitiamo,
vi dico cosa intendo.
Prima di andare avanti
voglio da questa pagina
dare un saluto ai miei genitori
che non mi leggeranno.
A te, che ora non nomino,
amore mio – e adesso sono serio –,
a te, sole dei giorni
e delle notti, premio
meraviglioso della vita,
di tutta la mia vita, cosa posso
dire, e che cosa vuoi
che scriva sulla porta dei miei versi?
Ed infine agli amici,
ai compagni di viaggio,
e soprattutti loro
a voi, Carlos, Ángel,
Alfonso e Pepe, Gabriel
e Gabriel, Pepe (Caballero)
e a Miguel, mio nipote,
a Joseaugustín e a Blas de Otero,
a voi, voi peccatori
come me, vergognoso
delle botte non ricevute,
signorini per nascita,
per cattiva coscienza
scrittori di poesia
sociale, anche un ricordo
dedico, e a chi mi segue in generale.
Traduzione di Francesco Dalessandro
da Antología poetíca, Alianza Editorial, 1981
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lunedì 27 aprile 2015
venerdì 22 agosto 2014
Jaime Gil De Biedma
APOLOGIA E PETIZIONE
E che dire di nostra madre Spagna,
questo paese affollato di dèmoni
e dove il mal governo e la miseria
non sono, no, miseria e mal governo
bensì uno stato mistico dell’uomo,
l’assoluzione della nostra storia?
Di ognuna delle storie della Storia
la più triste è la nostra, della Spagna,
perché finisce male. Come se l’uomo,
stanco ormai di lottare coi suoi dèmoni,
decidesse di cedergli il governo
e la gestione della sua miseria.
Nostra famosa e immemore miseria
la cui fonte si perde nelle storie
che dicono incolpevole il governo,
maledizione orribile di Spagna,
triste prezzo pagato a quei suoi dèmoni
con la fame e la fatica degli uomini.
Come ho pensato spesso a questi uomini
così ho pensato spesso alla miseria
di un paese affollato dai suoi dèmoni;
così ho pensato spesso a un’altra storia,
non semplice, diversa, a un’altra Spagna
dov’è importante avere un mal governo.
Voglio credere il nostro mal governo
come un volgare affare di certi uomini,
non una metafisica; che la Spagna,
deve uscire, e lo può, dalla miseria;
ch’è ancora in tempo per cambiare storia,
prima che se la portino i suoi dèmoni.
Perché non voglio credere a quei dèmoni.
Chi paga sono gli uomini al governo,
questi impresari della falsa storia,
sono uomini che hanno venduto l’uomo
e che l’hanno portato alla miseria,
sequestrato la salute della Spagna.
Io chiedo che la Spagna scacci i dèmoni,
che la miseria si insedi al governo
e che l’uomo possieda la sua storia.
Traduzione di Francesco Dalessandro
da Antología poetíca, Alianza Editorial, 1981
E che dire di nostra madre Spagna,
questo paese affollato di dèmoni
e dove il mal governo e la miseria
non sono, no, miseria e mal governo
bensì uno stato mistico dell’uomo,
l’assoluzione della nostra storia?
Di ognuna delle storie della Storia
la più triste è la nostra, della Spagna,
perché finisce male. Come se l’uomo,
stanco ormai di lottare coi suoi dèmoni,
decidesse di cedergli il governo
e la gestione della sua miseria.
Nostra famosa e immemore miseria
la cui fonte si perde nelle storie
che dicono incolpevole il governo,
maledizione orribile di Spagna,
triste prezzo pagato a quei suoi dèmoni
con la fame e la fatica degli uomini.
Come ho pensato spesso a questi uomini
così ho pensato spesso alla miseria
di un paese affollato dai suoi dèmoni;
così ho pensato spesso a un’altra storia,
non semplice, diversa, a un’altra Spagna
dov’è importante avere un mal governo.
Voglio credere il nostro mal governo
come un volgare affare di certi uomini,
non una metafisica; che la Spagna,
deve uscire, e lo può, dalla miseria;
ch’è ancora in tempo per cambiare storia,
prima che se la portino i suoi dèmoni.
Perché non voglio credere a quei dèmoni.
Chi paga sono gli uomini al governo,
questi impresari della falsa storia,
sono uomini che hanno venduto l’uomo
e che l’hanno portato alla miseria,
sequestrato la salute della Spagna.
Io chiedo che la Spagna scacci i dèmoni,
che la miseria si insedi al governo
e che l’uomo possieda la sua storia.
Traduzione di Francesco Dalessandro
da Antología poetíca, Alianza Editorial, 1981
Proviamo a sostituire Spagna con Italia? Cambia molto?
mercoledì 16 luglio 2014
Jaime Gil De Biedma
A UNA DAMA GIOVANISSIMA, SEPARATA
Nell’anno che sei stata
sposata, seni belli,
trovasti amari i fiori
del matrimonio.
E una bella mattina,
impaziente, scegliesti
la bella libertà,
come uno scolaretto.
Vestita da pirata,
oggi al bar ti rivedi:
sei amanti per parte,
– Isabel, oh, bambina Isabel, –
dritta su un tavolino,
raggiante, spettinata
da un vento solo tuo,
che comandi il festino.
E di chi, per volerti
innamorare, finita la notte,
non sarai innamorata?
A me tutto raccontano.
Hai imparato, innocente,
che alla terza persona
sono i bei sentimenti
storie pericolose?
Che la sincerità
con cui ti sei offerta
loro non la capiscono,
bimba Isabel. Sta’ attenta.
Perché qui siamo in Spagna.
E perché sono uguali
i tuoi stupidi amanti
e il tuo marito bestia.
Traduzione di Francesco Dalessandro
da Antología poetíca, Alianza Editorial, 1981
Nell’anno che sei stata
sposata, seni belli,
trovasti amari i fiori
del matrimonio.
E una bella mattina,
impaziente, scegliesti
la bella libertà,
come uno scolaretto.
Vestita da pirata,
oggi al bar ti rivedi:
sei amanti per parte,
– Isabel, oh, bambina Isabel, –
dritta su un tavolino,
raggiante, spettinata
da un vento solo tuo,
che comandi il festino.
E di chi, per volerti
innamorare, finita la notte,
non sarai innamorata?
A me tutto raccontano.
Hai imparato, innocente,
che alla terza persona
sono i bei sentimenti
storie pericolose?
Che la sincerità
con cui ti sei offerta
loro non la capiscono,
bimba Isabel. Sta’ attenta.
Perché qui siamo in Spagna.
E perché sono uguali
i tuoi stupidi amanti
e il tuo marito bestia.
Traduzione di Francesco Dalessandro
da Antología poetíca, Alianza Editorial, 1981
venerdì 6 giugno 2014
Jaime Gil de Biedma
PANDEMICA E CELESTE
quam magnus numerus Libyssae arenae
...
aut quam sidera multa, cum tacet nox,
furiuos hominum uident amores.
Catullo, VII
Immaginati adesso che tu ed io
a notte già inoltrata
parliamo da uomo ad uomo, finalmente.
Immàginatelo,
una di quelle notti memorabili,
di rara comunione, la bottiglia
mezza vuota, i portacenere sporchi,
dopo aver esaurito il tema della vita.
E che io ti mostri un cuore,
ed un cuore infedele,
dalla vita in giù nudo,
ipocrita lettore – mon semblable, – mon frère!
Ma non è l’impazienza di chi cerca l’orgasmo
che mi spinge col corpo ad altri corpi
giovani, se possibile:
io inseguo anche l’amore
dolce, il tenero amore per dormire al suo fianco
e che al risveglio mi rallegri il letto,
vicino come un passero.
Eppure io non posso più spogliarmi
se non ho mai potuto, tra le braccia
di qualcuno, sentire – anche solo un momento –
lo stesso abbaglio provato a vent’anni!
Conoscere l’amore ed impararlo:
è necessario essere stato solo.
E è necessario in quattrocento notti
– con quattrocento corpi differenti –
aver fatto l’amore. I suoi misteri,
come disse il poeta, appartengono all’anima,
però è un corpo il libro dove leggerli.
Perciò sono felice d’essermi rotolato
sulla rena, noi due mezzo vestiti,
mentre cercavo il tendine della sua spalla.
Mi commuove il ricordo delle tante occasioni…
Quella strada in montagna
e gli abbracci furtivi ma ben spesi
e l’attimo indifeso, in piedi, alla frenata,
appiccicati al muro, accecati dai fari.
O il tramonto sul fiume
sorridendoci, nudi, incoronati d’edera.
O quel portone a Roma – al Babuino.
E i ricordi di facce e di città
appena conosciute, e di corpi intravisti,
di scale senza luce e di cabine,
di bar e di postriboli, di vicoli deserti,
d’infiniti casotti balneari
e di fossati di un castello.
Ma, soprattutto, i ricordi di voi,
o notti negli alberghi di una notte,
nottate decisive in sordide pensioni,
in camere già fredde,
notti che ai vostri ospiti rendete
il sapore di sé dimenticato.
La storia in corpo ed anima, un’immagine a pezzi
de la langueur goutée à ce mal d’être deux.
E senza disprezzare – allegri come
in un giorno festivo a metà settimana –
esperienze promiscue.
Benché sappia che a nulla mi varrebbero
le fatiche dell’amore disperso
se poi non esistesse il vero amore.
L’amore mio,
l’immagine intatta della vita
mia, sole delle notti che le rubo.
La giovinezza sua, la mia,
– musica del mio fondo –
sorride ancora nella grazia imprecisa
d’ogni giovane corpo,
in ogni incontro anonimo
dandogli luce, e un’anima.
E non ci sono cosce belle che le sue cosce
belle non mi ricordino
quando ci conoscemmo, prima di andare a letto.
Né la passione d’una notte di sonno
che possa confrontarsi
con la passione che ci dà il conoscerci
e gli anni d’esperienza
del nostro amore.
Perché anche nell’amore
ha un’importanza il tempo,
e, in qualche modo, è dolce
con mano malinconica provarne
il passaggio avvertibile su un corpo
– e intanto basta un gesto familiare
sulle labbra
o il fremito leggero di un suo membro
per suscitare in me la meraviglia
di quell’antica grazia,
un riflesso fugace.
La sua pelle sciupata voglio premere
– già passati altri anni e avviati noi alla fine –
con le labbra invocando l’immagine
del suo corpo, e di tutti gli altri corpi,
già disfatti dal tempo, che una volta
ho amato, anche soltanto per un attimo.
Domandando la forza per continuare a vivere
senza bellezza, senza forza e senza
desiderio, ma ancora insieme, uniti
fino a morire in pace, noi due, come si dice
muoiano quelli che hanno molto amato.
Traduzione di Francesco Dalessandro
da Antología poetíca, Alianza Editorial, 1981
quam magnus numerus Libyssae arenae
...
aut quam sidera multa, cum tacet nox,
furiuos hominum uident amores.
Catullo, VII
Immaginati adesso che tu ed io
a notte già inoltrata
parliamo da uomo ad uomo, finalmente.
Immàginatelo,
una di quelle notti memorabili,
di rara comunione, la bottiglia
mezza vuota, i portacenere sporchi,
dopo aver esaurito il tema della vita.
E che io ti mostri un cuore,
ed un cuore infedele,
dalla vita in giù nudo,
ipocrita lettore – mon semblable, – mon frère!
Ma non è l’impazienza di chi cerca l’orgasmo
che mi spinge col corpo ad altri corpi
giovani, se possibile:
io inseguo anche l’amore
dolce, il tenero amore per dormire al suo fianco
e che al risveglio mi rallegri il letto,
vicino come un passero.
Eppure io non posso più spogliarmi
se non ho mai potuto, tra le braccia
di qualcuno, sentire – anche solo un momento –
lo stesso abbaglio provato a vent’anni!
Conoscere l’amore ed impararlo:
è necessario essere stato solo.
E è necessario in quattrocento notti
– con quattrocento corpi differenti –
aver fatto l’amore. I suoi misteri,
come disse il poeta, appartengono all’anima,
però è un corpo il libro dove leggerli.
Perciò sono felice d’essermi rotolato
sulla rena, noi due mezzo vestiti,
mentre cercavo il tendine della sua spalla.
Mi commuove il ricordo delle tante occasioni…
Quella strada in montagna
e gli abbracci furtivi ma ben spesi
e l’attimo indifeso, in piedi, alla frenata,
appiccicati al muro, accecati dai fari.
O il tramonto sul fiume
sorridendoci, nudi, incoronati d’edera.
O quel portone a Roma – al Babuino.
E i ricordi di facce e di città
appena conosciute, e di corpi intravisti,
di scale senza luce e di cabine,
di bar e di postriboli, di vicoli deserti,
d’infiniti casotti balneari
e di fossati di un castello.
Ma, soprattutto, i ricordi di voi,
o notti negli alberghi di una notte,
nottate decisive in sordide pensioni,
in camere già fredde,
notti che ai vostri ospiti rendete
il sapore di sé dimenticato.
La storia in corpo ed anima, un’immagine a pezzi
de la langueur goutée à ce mal d’être deux.
E senza disprezzare – allegri come
in un giorno festivo a metà settimana –
esperienze promiscue.
Benché sappia che a nulla mi varrebbero
le fatiche dell’amore disperso
se poi non esistesse il vero amore.
L’amore mio,
l’immagine intatta della vita
mia, sole delle notti che le rubo.
La giovinezza sua, la mia,
– musica del mio fondo –
sorride ancora nella grazia imprecisa
d’ogni giovane corpo,
in ogni incontro anonimo
dandogli luce, e un’anima.
E non ci sono cosce belle che le sue cosce
belle non mi ricordino
quando ci conoscemmo, prima di andare a letto.
Né la passione d’una notte di sonno
che possa confrontarsi
con la passione che ci dà il conoscerci
e gli anni d’esperienza
del nostro amore.
Perché anche nell’amore
ha un’importanza il tempo,
e, in qualche modo, è dolce
con mano malinconica provarne
il passaggio avvertibile su un corpo
– e intanto basta un gesto familiare
sulle labbra
o il fremito leggero di un suo membro
per suscitare in me la meraviglia
di quell’antica grazia,
un riflesso fugace.
La sua pelle sciupata voglio premere
– già passati altri anni e avviati noi alla fine –
con le labbra invocando l’immagine
del suo corpo, e di tutti gli altri corpi,
già disfatti dal tempo, che una volta
ho amato, anche soltanto per un attimo.
Domandando la forza per continuare a vivere
senza bellezza, senza forza e senza
desiderio, ma ancora insieme, uniti
fino a morire in pace, noi due, come si dice
muoiano quelli che hanno molto amato.
Traduzione di Francesco Dalessandro
da Antología poetíca, Alianza Editorial, 1981
mercoledì 27 giugno 2012
Jaime Gil De Biedma
DE
VITA BEATA
In
un vecchio paese inefficiente,
come
la Spagna tra due guerre
civili,
in un villaggio sul mare,
possedere
una casa e un po’ di terra
e
nessuna memoria. Non leggere,
non
soffrire, non scrivere, non pagare conti,
vivere
come un nobile in rovina
tra
le rovine della mia intelligenza.
Traduzione di Francesco Dalessandro
Da
Antología
Poética,
Alianza Editorial, Madrid, 1990
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