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lunedì 24 marzo 2025

Nicola Bultrini

 

IL QUINDICESIMO RECINTO

 

Il quindicesimo recinto

è il più trascurato al cimitero lagunare.

Iscrizioni illeggibili

marmi piegati tra zolle

alcune pietre in pezzi, urne sfondate.

 

Ti aspetteresti di vedere

le ossa sparse, invece

nell’incuria

ogni cosa mantiene

un ordine elementare.

 

Un cespuglio floreale copre

la lapide bianca di Brodsky

su cui poggia

un panama sgualcito.

Una rosa appassisce

davanti al nome Pound.

 

Il resto del cimitero monumentale

è ben curato. I pini

seguono i viali con le loro ombre

le tombe stanno in ordinata disciplina.

 

Il tempo è se le cose si consumano

la poesia è un resistere audace.

 

 

Da La specie dominante, Nino Aragno Editore, 2014

lunedì 6 febbraio 2023

Nicola Bultrini

 QUI NON E' DOVE ABBIAMO CREDUTO D'ESSERE

 

Qui non è dove abbiamo creduto d'essere.

Ma dove abbiamo scelto, semmai, inconsciamente.

Nell'abisso di un sonno inquieto, di rami

scossi al vento, nell'autunno del nostro

scontento. Ho immaginato a lungo

la fine della strada, ma era come sognare

e fingere di vivere una sorte normale.

Ma cos'è esattamente una vita ideale?

La casa, l'esperienza, l'impegno di uomo

e donna a fare il cristallo perfetto

di un sentimento. Ma è morta la sorte.

Vedete, non c'è più niente. Soltanto

un sonno inquieto e un luogo sbagliato,

dove l'istinto animale ha scritto il nome,

prima del giorno, del mio inverno.


da I fatti salienti, Nordpress, 2007

lunedì 18 aprile 2022

Nicola Bultrini

 SERRATE LE IMPOSTE


Serrate le imposte resta

una luce nell'altra stanza.

Le cime annottano quiete 

quieta la strada che sale al passo.

È adesso che vorrei saperti

per sempre nella storia

la regola invece è elementare.

Perciò non tornerai, ma se volessi

la sera l'aria qui si fa leggera

porta una maglia, per prudenza.


da Vetro, InternoPoesia, 2022

lunedì 24 agosto 2020

Nicola Bultrini


COME QUANDO OSSERVI PER CASO


Come quando osservi per caso
uno qualunque
perché ti sembra di conoscerlo
e invece ti arrendi all'ignoranza
volti lo sguardo, lasci andare

così talvolta cogli un segno
che non leggi.

La verità ti ustiona e passa oltre
come uno che ieri ci parlavi
e oggi un altro dice è morto.

da La forma di tutti, Capire Edizioni, 2019

lunedì 1 settembre 2014

Nicola Bultrini

STO VIVENDO PER INDUZIONE

Sto vivendo per induzione
vedi come ti penso e scrivo.
Mi chino sull’immagine di te più cara
e ti innamoro come aurora di novembre.

Il poema della donna invece è tutto
con la sua esistenza, liquida, la notte
fino all’alba, quando il corpo
assume un peso grave

dove nasce il dolore del mondo
dove si sogna e si nutre sognando quel poco
di destino che abbiamo meritato.

Da La specie dominante, Nino Aragno Editore, 2014

lunedì 28 luglio 2014

Nicola Bultrini

SEMBRA UNA LINGUA STRANIERA

Sembra una lingua straniera
negli accenti e le vocali a strappi.
Ma suona familiare, forse per l’aria
i rumori profumati.

Eppure mi mancate tutti immensamente.
Ed è in queste zone franche che si riassume
l’amore. Non quello solenne delle promesse
ma l’altro, compiuto nelle attese.

Allora mi accontento di sapervi
nei consueti itinerari. Immaginarvi
sottratti alle furie del maltempo
nell’aria meridiana di lacerato vento
infine benedetta e fortunata.


Da La specie dominante, Nino Aragno Editore, 2014

venerdì 13 giugno 2014

Nicola Bultrini

IL QUINDICESIMO RECINTO

Il quindicesimo recinto
è il più trascurato al cimitero lagunare.
Iscrizioni illeggibili
marmi piegati tra zolle
alcune pietre in pezzi, urne sfondate.

Ti aspetteresti di vedere
le ossa sparse, invece
nell’incuria
ogni cosa mantiene
un ordine elementare.

Un cespuglio floreale copre
la lapide bianca di Brodsky
su cui poggia
un panama sgualcito.
Una rosa appassisce
davanti al nome Pound.

Il resto del cimitero monumentale
è ben curato. I pini
seguono i viali con le loro ombre
le tombe stanno in ordinata disciplina.

Il tempo è se le cose si consumano
la poesia è un resistere audace.

Da La specie dominante, Nino Aragno Editore, 2014

lunedì 12 settembre 2011

Nicola Bultrini

QUATTRO POESIE

*

La pioggia ha portato nuvole grosse
e bianche che scivolano lungo la tangenziale
e i prati della periferia. Ti ho salutato
ancora baciandoti la fronte col gesto
assonnato e caro sulla porta. Furtiva
sulle scale un altro sguardo, come di chi
non sa se dire, rimanere, attendere
un’ora nuova al giorno. La vita
ha un osso dentro, che lentamente
si piega lungo il corpo. Un fossile
di nervi, aggrovigliati ai sentimenti.
Quel nostro parlare e tradire le voci,
all’alba, le pigre e vergini emozioni.


*

Il cortile silenzioso ospita ombre
in tagli perfetti nell’arco di un giorno.
Remoti i rumori della strada e radi
talvolta dai caseggiati. Il muro antico
di mattoni imperfetti, come un vecchio
figurante, sorregge la scena. Le foglie
secche, i vasi di terra, e vuoti.
I panni stesi, talvolta, l’unica impronta
di un transito animale. Un cenno d’aria,
appena a mezzogiorno. E tutto torna normale.
Ma questa pure è la mia verità di pietra,
di morbidi suoni e colori. Lo spazio
chiuso di un’età infantile. Tutto il suo
sognare, il dire, il modesto fare.


*

L’estate fa la solitudine di paglia
bruciata, che sale dai campi. Roma
vive di questi silenzi, d’asfalto e popolari.
Muore Roma di questo vento che solca
gli animi e lascia sui vecchi un’africa
di pianto. Malinconia lontana, tempo
che secca la pelle e rende soli,
più della morte, più della virtù agostana.
Le cicale invadono la piazza nella
controra e la ragazza al bar le segue
con lo sguardo, fingendo di fumare.
Tutto è necessario, come il tempo
che sale, l’inverno italiano.


*

Deserti cortili, respirano ostili
nell’afa che viene e quieta. Dici
della speranza, che è l’ultima
eppure muore un giorno anch’essa,
tra muti piazzali che spirano vuoti
nell’assolare delle cicale. Quanta
città della memoria che ci consola
negli occhi e s’abbandona. Ah, Roma
di luce e pianto, sorda che disperare
fai la fede di domani. Morire, rispondo,
è vivere nel lato sconosciuto.


Da I fatti salienti, Nordpress 2007