lunedì 11 ottobre 2021

Francesco Dalessandro

 

LETTERA DA VELIA

 

 

L’ho vista fra i cantori

in ascolto

fra i guerrieri assiepati

nella cavea improvvisata

del cortile

                    l’ho rivista

solo ieri dopo un lungo

inverno e un’estate troppo calda

dopo altri inverni e altre estati

e primavere

l’ho rivista nella sera d’autunno

fra i guerrieri innamorati

o forse solo accesi

di desiderio e di lussuria

mentre un femio senz’anima cantava

certi versi sgraziati

e senza forma

                           l’ho rivista

e mi sono accorto

di non subirne la presenza

il mio sguardo l’ha avvolta

l’ha accolta

in sé per un tempo

breve

certo intenso ma breve

poi l’ha persa fra i tanti

che si stringevano al cantore

fra complimenti e abbracci

forse insinceri ma 

opportuni

                    così

in uno sguardo l’ho persa

e solo allora solo in quella

mancanza ho capito quanto ancora

mi era cara e l’amavo

 

*

 

perciò ora ti scrivo da questo

paese lontano

e antico da una spiaggia ad arco

leggero mentre un vento

cauto a tratti solleva

il foglio dove appunto questi

pensieri eleatici tradotti

in parole di poca

o nessuna intensità se non fatte

di carne viva o ignoranti

nel sentimento non dico

gli occhi ma la sua nuca

lo spazio liscio fra l’orecchio

e i capelli dove avrei

voluto baciarla come la

prima volta anche lì

fra i cantori assiepati

fra i quali lei indugiava

compiaciuta 

 

*

 

durevoli giorni dal dolore

non possono sbocciare

e la vita cammina o corre avanti

a me che non potrò

mai raggiungerla e pago

con imperizia e indecisioni

i suoi passi impreparato

a viverla con la struggente

voglia di dirle addio

ma di non farlo mai

forse perché il pensiero

iperuranio che mi salva

è lei

l’essere univoco e sereno

increato ed eterno

che qui a Velia oggi cura

i miei giorni e saperla

infinita

ne riscatta il ricordo

che duole come apparenza

quando i sensi me ne danno 

ancora tenere prove  

e se le cose

non possono avvalersi

di nostre riflessioni

perché accadono sempre

a nostra insaputa non senza

stupore riconosco

il suo volto

nel sale e mi penso

a leggerle versi d’amore parole

così nuove così

sconosciute che non oso

ripeterle dette quando lei

non c’era ad ascoltarle,

quando erano falò

sulla spiaggia o solo il rossore

del suo viso o della brace

della mia sigaretta

che lentamente si spegneva

ardendo nelle sue

pupille chiare e se ora

non sto male

è perché – l’ho imparato

proprio qui

proprio da questi

greci in ritardo – anche il cervello

è cuore

 

*

 

ma restano distanze

inattingibili

tra le parole anche tra quelle

che alimentano il rogo

dei sentimenti che se non

dànno la conoscenza o anche solo

il sapere dei limiti

la coscienza dell’anima, almeno

il possesso o l’illusione

consapevole del tatto

quando le sfioro il cuore

con un soffio

con una piuma il pube

 

e se ora il mare è questo

riflesso del pensiero

che affiora nelle parole

scritte ed i muri

specchi opachi di me

stesso la logica

dell’ombra che si ostina

a vegliare è perché

neppure il sonno

è facile


(inedita)


piacerebbe, all'autore, che i lettori lasciassero un commento su questa poesia, scritta di getto sabato mattina, quasi i suoi versi, le sue parole avessero fretta di proporsi  

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