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lunedì 25 dicembre 2023

Geoffrey Hill

 

TRISTIA: 1891-1938

Un commiato da Osip Mandel’štam

 

Difficile amico, avrei preferito te a loro.                    

I morti si tengono le loro vite sigillate

E io arrivo di nuovo troppo tardi. Troppo tardi

I saluti, nugoli di polvere e grida sfrontate.

 

Dalla desolazione si levano immagini

Guarda... rovine sulla pianura...

Qualcuno si scruta le mani, qualcun altro

Striscia in cerca di cibo nei campi lungo la strada.

 

La tragedia ci tiene tutti in conto.

Anche se non ci tocca, però è là –

Integra, insaziabile – un duro cielo estivo

Che si appaga di questo, che raggiunge il proprio scopo.


Traduzione di Francesco Dalessandro

da Collected Poems, Oxford University Press - New York 1986

venerdì 25 aprile 2014

Geoffrey Hill

IL CANZONIERE DI SEBASTIAN ARRURRUZ  (III)
               Sebastian Arrurruz: 1868-1922


UNA LETTERA DALL’ARMENIA

Così, da lontano, nella tua parte di mondo:
le mature fioriture glandulari e i cipressi
rabbrividiscono dal caldo (sopportato,
a modo nostro, anche da noi) io rivolgo
la mente al saccheggio delicato, alla pro-
venienza di cocci smaltati e non smaltati,
alle tre specie superstiti di grano. Esito
tra disastri circostanziati. E fisso i morti
                          autentici.


UNA CANZONE DALL’ARMENIA

Ruvide foglie argentate che sono la neve                   
Sull’Ararat vista attraverso quelle foglie.
Il sole vi distende un fogliame d’ombra.

Una sorgente d’acqua zampilla                                       
A qualche centimetro dall’abbeveratoio.
Una vecchia vi succhia tenendosi al bordo.

Perché devo rivivere, anche ora,
La tua bocca, la tua mano che corre su di me
Lesta lucertola, come un tendine d’acqua?


A SUA MOGLIE

Ti sei avventurata ogni tanto –
Come questa fosse casa di un altro –
Non da intima, ma da conoscente
Che vanta diritti modesti; come una
A malapena compatita da due nuovi
Amanti che si godono il giusto piacere
Quando gli ospiti se ne sono andati.


(1921)

11

Detto in breve: diventa una specie di
Freddezza tra vicini di casa. Spesso
C’è quest’orgia di sonno. Mi sveglio
A coccolare il decoro con insolite parole
E godo dell’astinenza in una vocazione
Di disperazione ormai quasi insensata.


Traduzione di Francesco Dalessandro

Da Collected Poems, Oxford University Press New York, 1986


mercoledì 23 aprile 2014

Geoffrey Hill

IL CANZONIERE DI SEBASTIAN ARRURRUZ (II)
               Sebastian Arrurruz: 1868-1922



4

Una fantasia praticabile. Il vecchio petulante
Dolore ci torna metamorfosato
E semiprezioso. Ambra fortuita.
Come questo compensasse la nostra privazione.
Guarda come ogni frammento prende fuoco,
rigirato, alla fine, nella luce della valutazione.


5

L’amore, oh amore, verrà
Di sicuro. Un temporale cova
Tutto il giorno la terra arida.
Le persiane di notte pulsano nel rovescio.

La metafora tiene: è una casa accogliente.
Tu sei fuori, perduta in qualche posto. Io mi trovo
A divorare versi di più strana passione
Ed esilio. Le parole esatte

Alimentano la mia vuota fame di te.


POSE

Immagino, ogni volta che m’immagino
Noi due più stilizzati e più amorevolmente
Definiti, di non essere me stesso
Ma l’altro che sarei potuto essere: asessuato,
Permissivo sull’arte, capace diciamo
Di gustare le pose ben studiate
Di Sant’Antonio o San Girolamo,
Quei pacifici sogni ermafroditi
Tramite i quali l’eccesso di memoria
Persegue la propria astinenza.


DAL LATINO

Ci sarebbero state cose da dire, quiete                
Che poteva nutrirsi della nostra lussuria,
Banalità rinfrescate, i fatti d’ogni giorno:
E di notte la mia lingua nel tuo solco.

Senza te sono deriso da cortesie
E ciarle, dove donne soddisfatte spingono
Per dovere verso un ospite inutile
Desiderabili tratti di conversazione.


(1922)


(segue)

Traduzione di Francesco Dalessandro


Da Collected Poems, Oxford University Press New York, 1986

lunedì 21 aprile 2014

Geoffrey Hill

IL CANZONIERE DI SEBASTIAN ARRURRUZ (I)
                 Sebastian Arrurruz: 1868-1922


1

Dieci anni senza te. Così succede.
I giorni procedono costanti, pietosa
Ripetizione che non attrae nessuno.

Come studioso disciplinato, già ne ricompongo
I frammenti, oltre ogni congettura
Stabilisco sequenze precise di dolore.

Perché così è corretto trovare valore
In un’arte desolata, come nella cosa restaurata:
Le parole da tanto perdute di scelta ed addio.          


COPLAS

I
“Non si perde ciò che non si è posseduto”
Questa gemma irritante è già abbastanza.                                   Posso perdere quello che voglio. Voglio te.

II
Oh mia cara, sarò afflitto per te
Per il resto della vita con lievi
Variazioni di tono, oh mia cara.

III
Derido a mezzo mezza verità, annoto:   
“La feroce brevità dell’amore sensuale”.
Mi sconvolge anche questo.

IV
È a lui che scrivo, è a lei che parlo
In un silenzio contenuto. Saranno toccati
Dall’estranea passione fra loro?


3

Quello che altri uomini fanno con altre donne
Non è orgia né sacramento, per me,
Né una lingua di straniera schiettezza.

Solo mera occasione o distanza casuale
Dalla quale potresti muoverti e dire il mio nome
Come io dico il tuo, contrattando con gli dèi

Miscellanei del sonno per avere
Quanto più posso: un alieno paesaggio,
Il sogno dove sempre ritrovarti.
                                                                                                        (segue)

Traduzione di Francesco Dalessandro

Da Collected Poems, Oxford University Press New York, 1986

mercoledì 2 aprile 2014

Geoffrey Hill

DUE POESIE SULLA SOPPORTAZIONE DEI POETI



GLI UOMINI SONO LO SCHERNO DEGLI ANGELI
Tommaso Campanella, prete e poeta: in memoria

In certi giorni dal lucernario
Un’ombra condivide la mia
Prigione. Osservo una limaccia
Scalare il lato della fossa
Lucido della propria bava. Le grida
Che m’arrivano sono mie; solo dopo,                       
Di Dio: la mia giustizia, ferite, amore,
Luce beffarda, pane, lordura.

Giacere qui nella mia strana
Carne mentre il Tormento dorme
Sazio, macchiato del cibo ingurgitato,
È una gioia che va oltre                     
La preoccupazione del mondo,
Per un po’. Ma abbiamo l’ordine
Di alzarci, quando, in silenzio,
Comporrei la mia voce. 


TRISTIA: 1891-1938
Un commiato da Osip Mandel’štam

Difficile amico, avrei preferito te a loro.                   
I morti si tengono le loro vite sigillate
E io arrivo di nuovo troppo tardi. Troppo tardi
I saluti, nugoli di polvere e grida sfrontate.

Dalla desolazione si levano immagini
Guarda... rovine sulla pianura...
Qualcuno si scruta le mani, qualcun altro
Striscia in cerca di cibo nei campi lungo la strada.

La tragedia ci tiene tutti in conto.
Anche se non ci tocca, però è là –
Integra, insaziabile – un duro cielo estivo
Che si appaga di questo, che raggiunge il proprio scopo.


Traduzione di Francesco Dalessandro

Da Collected Poems, Oxford University Press New York, 1986



venerdì 11 maggio 2012

Geoffrey Hill


OVIDIO NEL TERZO REICH


                 non peccat, quaecumque potest peccasse negare,
                   solaque famosam culpa professa facit.
                                               Amores, III, XIV


Amo il mio lavoro e i miei bambini. Dio
è distante, difficile. Le cose accadono.
Troppo vicino agli antichi trogoli del sangue
l’innocenza non è un’arma terrena.


Solo una cosa ho imparato: non guardare tanto
dall’alto in basso i dannati. Essi, nella loro sfera,
armonizzano stranamente con l’amore
divino. Io, nella mia, celebro il coro d’amore.


Traduzione di Renato Oliva


Da Giovani poeti inglesi, Einaudi, 1976