lunedì 24 luglio 2017

Kenneth Rexroth

QUANDO NOI CON SAFFO

« … vicino all’acqua gelida
il vento suona tra i rami
del melo, e dalle foglie tremanti                 
il sonno si versa… »

Siamo qui, in un frutteto incolto,
pieno d’api d’un podere in rovina
del New England, distesi
con l’estate fra i capelli e l’odore
dell’estate sui nostri corpi uniti,
l’estate nelle bocche, l’estate
nei frammenti luminosi di parole
di questa greca morta.
Smetti di leggere. Piegati.
Dammi la bocca. Eguaglia,
la tua grazia, la bellezza del sonno.
Mi vieni incontro come un’onda
che si muove nel sonno. Il tuo corpo
s’espande nel mio cervello                 
come un’estate piena di uccelli;
non come corpo o cosa a sé stante
ma come nembo che incombe
su ogni altra cosa al mondo.
Appoggiati a me. Sei bella,
bella come la piega
delle tue mani nel sonno.

Siamo invecchiati, nel pomeriggio.
Qui, nel nostro frutteto adesso abbiamo
l’età di Saffo, ovunque sopra mari
lontani la sua polvere sfavilli
e sparsa lampeggi sulla cresta
delle onde o macchi la conchiglia
del murice. Intorno a noi
la vecchia fattoria sprofonda
nel miele del caos estivo.
In quelle isole lontane i templi
sono stati abbandonati e il marmo
è color miele selvatico.                                                                     
Non resta nulla dei giardini
che un tempo li circondavano, delle
grasse zolle segnate dagli zoccoli.
Solo erba di mare resiste
sulla pietra sgretolata,
sui gradini scheggiati,
solo il blu e il giallo
del mare, e in lontananza
gli scogli rossi oltre la baia.
Piegati indietro.
Ora, la sua memoria è sulle nostre
labbra. Attraverso il caos estivo i baci
ci cadono sul petto, sulle cosce.

Colossali cupole d’oro,
cumuli di nubi si levano
sull’ondeggiante, sibilante foresta.
L’aria preme la terra.
Il tuono scoppia sui monti.
Lontano, sugli Adirondacks,
un lampo tremola, quasi invisibile
nel cielo vivido, violetto
contro il grigio carico
dell’ombra di nuvole grasse.  
La fresca chioma virile
dei temporali spazzola
il gonfio orizzonte. Togliti
scarpe e calze. Ti bacerò
le dolci gambe e i piedi
mezzo sepolti nell’intrigo
di maleodoranti fiori estivi.                     
Spogliati. Voglio schiacciare
la tua carne d’estivo miele
contro il suolo caldo, e sull’erba
pesta, pungente di mezza
estate. Lascia che il tuo corpo
scenda come miele tra le calde
ruvide dita dell’estate.

Fermati. Aspetta. Basta poco.                        
Baciami con la bocca umida e aspra,
la tua bocca che ha lo stesso sapore
della mia carne. Leggi ancora
per me la musica sinuosa
di quella lingua che comprende tutte
le altre lingue ed è un’opera d’arte.
Leggimi ancora quelle singole,
toccanti parole salvate
da filologi antichi per spiegare
coniugazioni e declinazioni
di morti ancora più antichi.
Piegati nell’incavo del mio corpo.
Premi le tue spalle contuse
contro i madidi peli del mio corpo.
Baciami ancora. Pensa, dolce linguista,
che al mondo l’ablativo è impossibile.
Nessun altro qui ci aiuterà.
Dobbiamo aiutarci reciprocamente.
Il vento s’allontana lentamente
dalla tempesta; vira sulle creste
boscose; fischia nelle valli.
Qui siamo isolati, l’un con l’altra;
e c’è isolamento al di là
di questo frutteto, l’isolamento
del mondo intero. Non lasciare
che s’intrometta mai niente
nella solitudine di questo giorno,
di queste parole, isolate da lingue
morte, di questo frutteto, nascosto
ai fatti e alla storia, di queste ombre
in armonia con la luce estiva, tutt’insieme
isolati oltre la reciprocità del mondo.

Non dire altro. Non parlare.
E non rompere il silenzio
finché l’uno dell’altra non saremo
stanchi. Facciamo correre le dita
come lame d’acciaio sui contorni
dei nostri corpi dorati. Non parlare.
Il mio viso affonda nell’estate
invischiata dei tuoi capelli.
Il ronzio delle api è cessato.
La quiete cade come una nube.
Taci. Lascia andare il tuo corpo
nel silenzio pieno di stupore
dell’estate compiuta –
indietro, indietro, all’infinito –
le nostre labbra, deboli,
esangui per l’immobilità.
Guarda. Il sole è tramontato.
Ora ci sono lunghe luci ambrate
sui tronchi spaccati dei vecchi meli.
I nostri corpi s’avvicinano
come nel sonno; esausti
e sazi insieme, come l’estate
va verso l’autunno e noi,
con Saffo, incontro alla morte.
Le mie palpebre sprofondano nel sonno
nel caldo autunno dei tuoi capelli sciolti.
Il tuo corpo tra le mie braccia
si muove sul bordo del sonno;
e è come se tenessi
tra le braccia il serale
cielo estivo pieno d’uccelli.


 Traduzione di Francesco Dalessandro

da The complete poems of Kenneth Rexroth, edited by Sam Hamill & Bradford Morrow, Copper Canyon Press, 2003.

venerdì 21 luglio 2017

D. H. Lawrence

SORGERE DELLA LUNA


E chi ha visto la luna, se non l’ha vista
sorgere dalla stanza del profondo,
nuda e arrossita e imponente, come dalla stanza
di compiuti sponsali, sorgere e scagliare
sull’onda la confessione del piacere,
spargendo sulle onde i segni della propria
estasi finché la sua lucida bellezza,
nota e dispiegata finalmente, vibri dinanzi
a noi certi che la bellezza è cosa imperitura,
che un’intensa, perfetta esperienza non cede
al nulla, e che il tempo offuscherà la luna
ben prima che la nostra completa consunzione
sia oscurata o trascorsa, qui, in questa strana vita.

Traduzione di Francesco Dalessandro




mercoledì 19 luglio 2017

Corrado Govoni

STAGIONI

Quando sono le rondini nel cielo
calde leggiere ciglia, è primavera.
Ed è già autunno
quando stanno sui fili della luce
come gocce una bianca ed una nera


da Govonilampi, a cura di Pietro Cimatti, Edizioni della cometa, 1981

lunedì 17 luglio 2017

William Blake

MATTINA

Per trovare il sentiero Occidentale,
Dritto attraverso le Porte dell’Ira
Affretto la mia marcia;
Dolce Mercé mi guida
Con tenue gemito di pentimento:
Vedo l’erompersi del giorno.

La guerra delle spade e delle lance
Con rugiadose lacrime fondendosi,
Si esala su;
Il Sole è liberato dai timori,
E con riconoscenti, dolci lacrime
Ascende in cielo.

traduzione di Giuseppe Ungaretti

Da Visioni, Mondadori, 1965


venerdì 14 luglio 2017

Juan Ruiz

NO, NON AVREI SPERANZA SE LONTANO

No, non avrei speranza se lontano
dal tuo sguardo e sorriso si spegnesse
la piccola luce del mio sguardo,
se non potessi più piegarmi a cercarti
né ferirti né bere alla fonte
delle labbra, se non mi stringessi
tra i ginocchi, se non ti sentissi
più venire con spasimo nel sangue.
E, no, non ci sarebbe più speranza
per me se tu non mi accogliessi
ancora nel tuo grembo e non potessi
più morire e rinascere in te
nel tuo ventre fra i piccoli seni
di donna abbandonata all’amore.
E non potrei, no, non potrei più vivere
senza quel tormento senza quel
fremito di morte quello spasimo di vita.

(inedita)


mercoledì 12 luglio 2017

Juan Ruiz

 TE NE VAI. MA TI LASCI SEGUIRE


Te ne vai. Ma ti lasci seguire.
Mi lasci ma resti, leggera,
mia mira e miraggio. Ti seguo
e accompagno
e ti piace che io t’accompagni.
Senza nulla sapere senza conoscere
i tuoi pensieri, senza
pretendere nulla, nulla chiedere.
Non ti vòlti e non mi guardi.
Quando mi guardi è solo per capire
se mi sono distratto e puoi ancora
contare sulla fedeltà del mio sguardo.
Non mi dai niente ma è solo
un modo per dare tutto
senza che qualcuno se ne accorga,
per non rivelare ad estranei
com’è intimo e pieno il tuo darti
al mio sguardo, com’è completo
il dono che mi fai.
In ogni passo in ogni piccolo e segreto
gesto tu t’abbandoni al desiderio
camminando e lasciandoti seguire.

(inedita)


lunedì 10 luglio 2017

Juan Ruiz

AMORE E DESIDERIO

Così tenero, l’amore! Ma assetato come lama
o spada. Tenero e forte
il desiderio ti cerca e ti prega. Ma sa essere
anche egoista. Tenere mani e dita
quando ti toccano o sfiorano,
ma anche dure decise pronte a tutto
pronte a stringerti, a farti male.
Teneri sono gli sguardi se ti guardo
ma avidi e foschi e disperati
quando sento il deliquio nel sangue...
Oh ma guardami toccami! Amami
teneramente se vuoi, ma appagami saziami
sentimi vivo come viva ti sento
quando piegato bevo alle tue labbra,
quando mi accogli e quando anche mi uccidi.

(inedita)


venerdì 7 luglio 2017

Corrado Govoni

GOVONILAMPI

*

una rondine ha fatto
il nido nel tuo reggipetto

*

Alla luce dei fulmini incursori
la casa fu castello di fantasmi,
era mortale entrarvi,
chiamata dall’amore.

Restasti scalza, senza volontà
            sulla soglia allagata,
sopra la rossa soglia flagellata

            così assente e smarrita

            con la sola camicia della luna

*

da una finestra altissima
una ragazza nuda piena
illumina la via deserta



da Govonilampi, a cura di Pietro Cimatti, Edizioni della cometa, 1981

mercoledì 5 luglio 2017

William Blake

NON SONO PIÙ DOLCI LE GIOIE DEL MATTINO

Non sono più dolci le gioie del mattino
Di quelle della notte?
Hanno forse vergogna della luce
Le gioie gagliarde della gioventù?

L’età e la malattia silenziose predino
Le vigne della notte;
Ma chi di gioventù gagliarda brucia
Ne colga i frutti davanti alla luce.

traduzione di Giuseppe Ungaretti


Da Visioni, Mondadori, 1965

lunedì 3 luglio 2017

IL MADRIGALE

IL MADRIGALE

7 - Anton Francesco Grazzini

Aspetta, unico figlio,
anzi tempo chiamato al sommo regno,
aspetta, anch’io men vegno
a tanta pace, e dietro mi t’appiglio:
ma chi pur mi ritorna al duro esiglio
di questa mortal vita?
Tu, cara, ove ten voli,
che senza me non suoli
muovere un passo, scorta mia gradita?
Ove ten voli, e non mi porgi aìta?