venerdì 29 luglio 2011

Pier Paolo Pasolini


SERATA ROMANA

Dove vai per le strade di Roma,
sui filobus o i tram in cui la gente
ritorna? In fretta, ossesso, come
ti aspettasse il lavoro paziente
da cui a quest’ora gli altri rincasano?
È il primo dopocena, quando il vento
sa di calde miserie familiari
perse nelle mille cucine, nelle
lunghe strade illuminate,
su cui più chiare spiano le stelle.
Nel quartiere borghese, c’è la pace
di cui ognuno dentro si contenta,
anche vilmente, e di cui vorrebbe
piena ogni sera della sua esistenza.
Ah, essere diverso – in un mondo che pure
è in colpa – significa non essere innocente...
Va, scendi lungo le svolte oscure
del viale che porta a Trastevere:
ecco, ferma e sconvolta, come
dissepolta da un fango di altri evi
a farsi godere da chi può strappare
un giorno ancora alla morte e al dolore –
hai ai tuoi piedi tutta Roma...

da La religione del mio tempo, Garzanti, 1961

mercoledì 27 luglio 2011

Elizabeth Barrett Browning

SONETTO XLII

Il mio futuro non copierà pari il passato” –
scrissi un tempo, e pensando che l’angelo
custode al mio fianco, con lo sguardo supplice
levato al bianco trono del Signore,
sostenesse le mie parole, mi volsi, e invece
vidi te, non estraneo agli angeli nell’anima!
Così, dopo tanti malanni, fu immediato
il mio conforto, e alla tua vista nuove
foglie imperlate di rugiada mattutina
sbocciarono sul mio bastone di pellegrino.
Ora non cerco copia di quella vita:
lascia le pagine arricciate da troppi pensieri
e scrivi tu la nuova epigrafe al futuro,
angelo nuovo, mio, insperato al mondo.

Traduzione di Francesco Dalessandro
da Sonetti dal portoghese, Edizioni Il Labirinto, 2002

lunedì 25 luglio 2011

Gaspara Stampa

SONETTO XXVI

Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto;
piangerò, arderò, canterò sempre
(fin che Morte o Fortuna o tempo stempre
a l’ingegno, occhi e cor, stil, foco e pianto)

la bellezza, il valor e ’l senno a canto
che ’n vaghe, sagge ed onorate tempre
Amor, natura e studio par che tempre
nel volto, petto e cor del lume santo;

che, quando viene, e quando parte il sole,
la notte e ’l giorno ognor, la state e ’l verno,
tenebre e luce darmi e tôrmi suole,

tanto con l’occhi fuor, con l’occhio interno,
agli atti suoi, ai modi, a le parole,
splendor, dolcezza e grazia ivi discerno.


da Rime, BUR, 2002

venerdì 22 luglio 2011

Vittorio Sereni

LE SEI DEL MATTINO

Tutto, si sa, la morte dissigilla.
E infatti, tornavo,
malchiusa era la porta
appena accostato il battente.
E spento infatti ero da poco,
disfatto in poche ore.
Ma quello vidi che certo
non vedono i defunti:
la casa visitata dalla mia fresca morte,
solo un poco smarrita
calda ancora di me che più non ero,
spezzata la sbarra
inane il chiavistello
e grande un’aria e popolosa attorno
a me piccino nella morte,
i corsi l’uno dopo l’altro desti
di Milano dentro tutto quel vento.

Da Gli strumenti umani, Einaudi, 1965

mercoledì 20 luglio 2011

Carl Sandburg

SALMO PER COLORO CHE ESCONO PRIMA CHE SIA GIORNO


Il policeman compra le scarpe con lentezza e attenzione; il caposquadra compra i guanti con lentezza e attenzione; essi hanno cura dei loro piedi e delle loro mani; essi vivono dei loro piedi e delle loro mani.
Il lattaio non discute mai; lui lavora solo e nessuno gli parla; la città dorme quando lui è sul lavoro; posa una bottiglia di latte su seicento verande e lo chiama il lavoro d’un giorno; s’arrampica per duecento scale di legno; due cavalli gli fanno compagnia; egli non discute mai.
Gli operai delle acciaierie sono fratelli delle ceneri; essi vuotano dalle loro scarpe la cenere, dopo il lavoro quotidiano; essi chiedono alle loro mogli di cucirgli i pantaloni bruciati sulle ginocchia; i loro colli e le loro orecchie sono coperti di sudicio; essi si lavano il collo e le orecchie; essi sono fratelli delle ceneri.


Traduzione di Attilio Bertolucci

da Attilio Bertolucci, Imitazioni, Libri Scheiwiller, 1994

lunedì 18 luglio 2011

Giorgio Vigolo

AD PAUCOS ANNOS

Scherzi degli anni: tremano le mani;
addio bella scrittura;
la musica non giunge come prima
all’orecchio,
nell’anima si affina
con armonici strani
che sembrano iridati
con fantastici aloni di aldilà.

Credi, ma è solo il suono che s’offusca,
si spegne a poco a poco con la vita.
Amico, la tua favola è finita,
chiudi il quaderno, è inutile inventare
altri domani: è l’ovvio che ti aspetta.

22 gen. ’78

da La fame degli occhi, Edizioni Florida, 1982 

venerdì 15 luglio 2011

Edoardo Cacciatore 



I passeri a marzo sono una sonagliera
In noi trova strada il più tenero incesto
Il mattino si adagia accanto alla sera
Il cui sesso scopre con innocente gesto.

da Il discorso a meraviglia, Einaudi, 1996

mercoledì 13 luglio 2011

Kenneth Rexroth

LEI È VIA

Ogni notte resto sveglio accanto a te,
e disteso, appoggiato sul gomito,
osservo il tuo viso, mentre dormi:
la sua purezza non cessa di stupirmi.
Non riesco a dormire; ma non voglio,
né smettere di guardarti. Il tuo corpo,
calda, soffice stella, riposa contro il mio.
Quante notti ho vegliato osservandoti,
così, e in quanti posti: chi lo sa?
Questa notte potrebbe essere l’ultima.
Come altre notti, ancora una volta
dalla tua carne addormentata ho bevuto
la calma, profonda comunione, la pace
d’amore che non sono così forte
da strapparti da sveglia. Passavano luci
confuse sul soffitto della camera da letto,
come in luna di miele, nelle stanze
francesi o italiane, e ti facevano in faccia
un discorso sempre nuovo, segreto messaggio
d’indicibile amore. Allora ho conosciuto,
come quel segreto dire, il segreto
me stesso, cieco uccello appena visibile
in una rete infinita di bugie. La rete stessa
ho conosciuto, ogni suo filo e nodo,
il nascosto uccello zoppo, la terribile rete.
Alla fine della notte, quando i camion
rombavano già sulle strade, ti sei mossa
e abbracciandomi hai detto il mio nome.
La tua era la voce di una ragazza che non
ha mai perso l’amore, conosciuto tradimento
sospetto o bugia. Dopo un po’ ti sei girata,
m’hai preso la mano e te la sei premuta
addosso. Ora so di sicuro e per sempre
che, per quanto io l’abbia macchiato,
del nostro vigile amore ancora resiste
memoria. E riconosco la tela, la rete,
l’uccello cieco e zoppo, che per breve
tempo non è stato né cieco né zoppo
né in gabbia. Un cuore per un cuore
batteva, in libero moto. Oh, amore,
io che mi perdo e danno con le parole,
che per me sono un’arte e un lavoro,
io non ho parole. Le parole, questa poesia,
tutto quanto è ignoranza e confusione.
Ma so che addestrato dal tuo caro cuore,
il mio cuore ha battuto un unico vero battito
e irrorato la mia carne con sangue di verità.

Traduzione di Francesco Dalessandro

da Complete Poems, edited by Sam Hamill & Bradford Morrow, Copper Canyon Press, 2003


lunedì 11 luglio 2011

Agazia Scolastico



Era splendida e piena di sé un tempo:
scuoteva i capelli ricciuti, camminava spavalda,
tutta fiera per le pene che io pativo.
Ora è vecchia, grinzosa, senza fascino:
i seni cascanti, gli occhi spenti,
le sopracciglia umili, la voce tremula, senile.
E i cernecchi grigi sono per me la vendetta d’amore,
la giustizia che più pronta cala sulle donne superbe.

Traduzione di Umberto Albini

da Bisanzio nella sua letteratura, a cura di Umberto Albini e Enrico V. Maltese, Garzanti, 1984

venerdì 8 luglio 2011

Luigi Fenga

LETTERA

Se nel ventre scenderai
della città infinita,
procurati la confidenza
di qualcuno di quelli
che chiamano cristiani,
guardalo intenso negli occhi
stupiscilo di gioia.
Mi dicono che è gente
indifferente alla vita,
che le muse disprezza
e a un luminoso marmo
che ci raffiguri per sempre
preferisce la notte
inestinguibile dei sensi.
Gente è ancora, mi dicono,
che come folle attende
un di là in cui guariti
del male di esistere,
in estasi si contempli
la maestà di un iddio
unico, solo. E immenso
lo disegnano, mentre
con gesto ignoto l'aria
divide o scaccia la luce,
minaccia o forse accarezza.
È difficile capire per noi
che non siamo sottili
ma dominiamo il mondo.

da Molti dei, S. Marco dei Giustiniani, Genova, 1983

mercoledì 6 luglio 2011

Bertolt Brecht


Come schedarla, la piccola rosa





Come schedarla, la piccola rosa.
Rosso viva improvvisa e giovane e vicina?
Non eravamo venuti a cercarla.
Siamo venuti e c’era.

Nessuno l’aspettava prima che fosse qui.
Quando ci fu la credettero appena.
Viene alla meta chi non è partito...
Quasi sempre è così.



Traduzione di Franco Fortini


da Franco Fortini - Il ladro di ciliegie ed altre versioni di poesia, Einaudi, 1982

lunedì 4 luglio 2011

Paolo Silenziario



«Addio», stavo per dirti. Ma trattengo la voce,
mi volto, ti rimango vicino: notte infernale,
per me, la lontananza, notte amarissima,
un vero oltretomba. La luce dell’alba,
è la tua luce. Ma essa è muta, mentre tu,
più dolce di un canto di sirene, mi porti in dono
la tua voce. E alla tua voce si aggrappa la mia
speranza di essere vivo.

Traduzione di Milo De Angelis
da L’amore, il vino, la morte – epigrammi dell’antologia palatina, ES, 2005


venerdì 1 luglio 2011

Giuseppe Ungaretti

RECITATIVO DI PALINURO


Per l’uragano all’apice di furia
Vicino non intesi farsi il sonno;
Olio fu dilagante a smanie d’onde,
Aperto campo a libertà di pace,
Di effusione infinita il finto emblema
Dalla nuca prostrandomi mortale.

Avversità del corpo ebbi mortale
Ai sogni sceso dell’incerta furia
Che annebbiava sprofondi nel suo emblema
Ed, astuta amnesia, afono sonno,
Da echi remoti inviperiva pace
Solo accordando a sfinitezze onde.

Non posero a risposta tregua le onde,
Non mai accanite a gara più mortale,
Quanto credendo pausa ai sensi, pace;
Raddrizzandosi a danno l’altra furia,
Non seppi più chi, l’uragano o il sonno,
Mi logorava a suo deserto emblema.

D’àugure sciolse l’occhi0 allora emblema
Dando fuoco di me a sideree onde;
Fu, per arti virginee, angelo in sonno;
Di scienza accrebbe l’ansieta mortale;
Fu, al bacio, in cuore ancora tarlo in furia.
Senza più dubbi caddi né più pace.

Tale per sempre mi fuggì la pace;
Per strenua fedeltà decaddi a emblema
Di disperanza e, preda d’ogni furia,
Riscosso via via a insulti freddi d’onde,
Ingigantivo d’impet0 mortale,
Più folle d’esse, folle sfida al sonno.

Erto più su più mi legava il sonno,
Dietro allo scafo a pezzi della pace
Struggeva gli occhi crudeltà mortale;
Piloto vinto d’un disperso emblema,
Vanità per riaverlo emulai d’onde;
Ma nelle vene già impietriva furia

Crescente d’ultim0 e più arcano sonno,
E più su d’0nde e emblema della pace
Così divenni furia non mortale.

da Vita d'un uomo, Meridiani Mondadori, 1971