venerdì 21 settembre 2018

Giancarlo Pontiggia


PENSO

7


Sono solo un modesto
ascoltatore del mondo,
porgo orecchi al vento
delle cose che battono

che ritornano con la semplice
domanda: chi sei? da dove
vieni? Risalgo
una corrente che altri

già hanno percorso, guardo
le rive, il cielo, gli occhi
dei nuotatori, che si perdono
vincono sopravanzano

con alte bracciate; penso
ai vostri numi, leggeri
e fruscianti, che abitano
in stanze oh troppo remote

ormai, e alle loro
case, che dipingo in versi
ombrosi e privi di suono
tra un’estate e un autunno

del millennio che già finisce
sul pianeta che dicono Terra
tra le vie del giorno e della notte
e i loro numeri lucenti

tra i boschi del cielo
e il loro grande nero.


(segue)

da Origini – Poesie 1998-2010, interlinea edizioni, 2015

mercoledì 19 settembre 2018

Giancarlo Pontiggia

PENSO

5

Mentre svolto con cura tra le stanze
di un pomeriggio ritrovato per caso
con chiavi non più mie

ordino ai versi di celare
il luogo, il nome, il tempo
di coloro che l’hanno abitato, poiché

resta solo ciò che è nascosto,
che non viene nominato

6

Cigola al vento la porta, sbatte
alle intemperie il tuo cuore.
In un sonno erboso,
in un sonno poroso
camminavo.
Ma il cuore è un vigneto maturo,
fra le sue canne scende l’acqua
del sonno. Oh, ma ferma la tua scure,

cuore

(segue)

da Origini – Poesie 1998-2010, interlinea edizioni, 2015

lunedì 17 settembre 2018

Giancarlo Pontiggia


PENSO

1

Osservo con stupore l’azzurro
del dodici luglio sessantotto
da un punto lontano della mente.
Il vento sbatte
sulle sue terrazze assolate;
il cuore nomina
parole straniere.

2

È pallida la lucerna del destino.

Ciò che era è restato? Con pazienza calcolo
i vostri numeri, frazioni
con esponenti infiniti.
Di notte, semisveglio, udivo i passi, le voci
tra le stanze, nei corridoi di una casa
che non si oppone;

e ora vi ripeto che le porte non scricchiolano,
che non sono tornato.

(segue)

da Origini – Poesie 1998-2010, interlinea edizioni, 2015

venerdì 14 settembre 2018

Robinson Jeffers


CASSANDRA

La pazza con gli occhi sbarrati e le lunghe dita bianche
Confitte tra le pietre della muraglia,
Capelli arruffati dalla tempesta, urla la bocca; che fa                                                                                                     / Cassandra,
Se la gente non crede
Nella tua fonte amara? L’uomo invero odia la verità;                                                                                                     / preferirebbe
Incontrare una tigre per via.
Perciò i poeti addolciscono la loro verità mentendo; ma                                                                                                     / venditori
Di religione e di politica
Dalla botte versano nuove bugie sulle vecchie, e hanno lode 
                                                                                        / per buona
Saggezza: Povera sgualdrina, sii saggia.
No: masticherai ancora in un angolo una briciola di verità,
Agli uomini e agli dèi invisa. – Tu e io, Cassandra.

Traduzione di Mary de Rachewiltz

da La bipenne e altre poesie, Guanda, 1969

mercoledì 12 settembre 2018

Fabio Ciriachi



LA PELLE SCREPOLATA DELLE FACCIATE

La pelle screpolata delle facciate
sono case di cortili, interni
di scialbe finiture, per rispetto
la cura s’avventa sulla strada
qui di certo non tocca non restaura
la bella lebbra delle ocre. I punti
dove da sempre batte il vento
s’adattano al pino alla palma alla
magnolia, tutta la natura che s’accuccia
sa di ogni voce trovare la finestra
come gli sguardi di chi torna a casa e assale
nel cibo degli odori
l’ultimo scoglio le altrui scale.

(inedita)

lunedì 10 settembre 2018

Arsenij Tarkovskij


STUDIO SU UN LIBRO DI PIETRA

Studio su un libro di pietra il linguaggio dell’eterno,
scivolo tra due macine come un chicco di grano nel rotare                                                                                         / delle pietre,
sono per intero già immerso nello spazio a due dimensioni,
il mulino della vita e della morte m’ha spezzato la spina                                                                                            / dorsale.

Cosa fare, o pastorale d’Isaia, della tua rettitudine?
La pellicola senza tempo, né alto, né basso, è più fine d’un                                                                                        / capello.
Nel deserto il popolo si radunava sui massi, e nell’arsura
la pianeta di stuoia da re mi recava sollievo alla pelle.


Traduzione di Gario Zappi

da “Anterem”, 96, VI serie, Anno 43



venerdì 7 settembre 2018

Benjamin Fondane


DA: L’ESODO

SUPER FLUMINA BABYLONIS

LA VOCE NEL DESERTO

(segue)

CAPH
Ecco, dice Dio, l’Albero della Vita;
ecco, dice Dio, l’Albero della Morte.
Era deliziosa la vita –
era deliziosa la morte!

LAMED
O Gioia! Pigrizia di memorie!
Il Tempo divenne discontinuo…
E l’uomo scoprì che era nudo
un secondo prima della Storia.

MEM
Andiamo, in marcia razza umana,
padrona dell’escremenziale –
eccoti libera e sovrana.
Contiamo dapprima l’essenziale:

NUN
Scienza, Essenza, Intelligenza,
Potenza, Assenza, Intransigenza,
Impazienza, Obbedienza,
Nascita, o fonti di demenze!

SAMECH
Suprema ebbrezza del conoscere!
Ecco i venti d’oceani:
vagine aperte che forzano l’Essere
al nobile sperma del Nulla!

PHÉ
Da quale lato cercare l’Uscita?
Quale isola sospesa nel Niente?
Sole, la tua carne cruda
sanguinava già alle porte del mattino.

AIN
Pietà, Giustizia! Mia Giustizia!
Tu strappavi le tue vesti
e sui più leggeri supplizi
ho visto gocce del tuo sangue.

TSADÉ
Ho visto persone morire di spada,
ho visto persone perire di fuoco,
e ragni importanti
cadere tra le dita di Dio!

COPH
Ho visto cretini al mercato
d’un tratto in piedi profetizzare.
E il genio seduto a tavola
vendere cose invendibili!

RESCH
Ho visto maghi rinomati
impastare esseri di fango.
E verso sera, quando lo Spirito dorme,
la Fame entrò nelle famiglie…

SHIN
Ho visto la morte contare i morti.
Lei gli toglieva il grasso.
E ho gridato: Felici i Morti!
Che cosa ne facevano del grasso?

THAV
Era proprio l’ultimo giorno?
Perché invoco il soccorso?
E da quale occhio, nella mia attesa,
cadeva questa lacrima ardente?



Traduzione di Domenico Brancale

da “Anterem”, 96, VI serie, Anno 43


mercoledì 5 settembre 2018

Benjamin Fondane


DA: L’ESODO
SUPER FLUMINA BABYLONIS

LA VOCE NEL DESERTO

(segue)


ALEPH
Se ogni cosa ha un cominciamento
se ogni cosa deve morire,
dimmi allora: perché i morti
si rivoltano dentro le bare?

BETH
Se l’occhio ritorna dai fiumi neri
con la neve al cuore, dal vuoto,
perché sferzare, l’occhio idiota,
le magre natiche della Speranza?

GHIMEL
Rispondetemi: quando le navi
annegano con il proprio equipaggio
chi vediamo allora galleggiare al largo
con gli occhi aperti sott’acqua?

DALETH
Se la lucertola non ha sangue,
e se la fame non ha denti,
quali le strade che seminiamo?
– quali le prove che ci amiamo?

Se ogni strada porta al baratro
perché evitare, o Impari,
l’ostrica selvaggia che apriamo
con un coltello di carne?

VAV
Se si avvicinasse, la iella
maligna,
pidocchiosa e tremante di febbre –
Di’: chi le bacerebbe le labbra?

ZAÏN
Se dall’assenza dei nostri corpi
la vita se ne va, pezzo per pezzo,
perché nella bocca dei morti
le parole dormono sulle gengive?

HETH
Se l’odio venisse a deporre,
voglio che mi rispondiate:
le vostre ginocchia pregherebbero
sul grande altare della Santa-Vergogna?

TETH
Se Dio appollaiato su un albero
concimasse la iella –
crederesti all’eternità
dell’angoscia?

JOD
Se nessuna dall’albero della Scienza
ha mangiato niente sotto gli occhi di Dio:
perché metterLo in gioco
per ritrovarLo come occasione?

(segue venerdì)


Traduzione di Domenico Brancale

da “Anterem”, 96, VI serie, Anno 43




lunedì 3 settembre 2018

Benjamin Fondane


DA: L’ESODO
SUPER FLUMINA BABYLONIS

LA VOCE NEL DESERTO

È in questo preciso punto d’assenza
che gli uccelli colavano a picco nell’occhio del vuoto
ali e sangue –
giravano prima di sprofondare nel vuoto,
nel giorno divenuto più grande di prima.

È in questo preciso punto:
Tutto finiva, le strade e i bisogni umani,
nelle mani tenevo una notte nuova,
intanto un faro spazzava il mio viso,
il polmone si sfiatava
tra le voci ho visto gommoni partire
verso un paese senza palpebre
– non era il tempo ma un altro spazio
era così sporca la luce dove marciavamo,
colava dalle nostre tasche come sangue annerito.

– È in questo punto
che finalmente ho dubitato della mia lucidità
vedendo me stesso, ma disgiunto da me.
Non era paura ma un’altra gioia,
non era felicità ma un’altra amarezza,
e gridavo, con la vergogna di sentire me stesso gridare.
È denso!

Allora questa vita è più fitta dell’altra?
Questa disperazione è più saggia della speranza?
È in un mondo senza remissione che avanzo,
è in un mondo senza ritorno che sprofondo,
è in
un mondo svanito chi cerca la sua materia,
ed è un mondo senza cominciamenti né fini,
un mondo ardente da cui la voce rauca grida:

È!

(segue mercoledì)



Traduzione di Domenico Brancale

da “Anterem”, 96, VI serie, Anno 43


venerdì 31 agosto 2018

Robinson Jeffers


A SUO PADRE

Cristo fu tuo duce e signore tutta la vita,
Egli trascura il mondo ma te non deluse mai,
Ti condusse per dolori e battaglie
Integro e bene armato, affinché non prevalesse
Malizia altrui né la serpe ancor più velenosa
Attorta nella nostra mente contro la tua calma,
Quel gran tesoro prezioso conservato per lui
A tarda età e la morte un balsamo sereno.
Io, Padre, avendo seguito altre guide
E più spesso a mio danno guida alcuna,
Per anni inchiodato come pelli di puma
Fresche a trofeo sul muro d’un tempio crudele
Non prevedo lo stadio di vita stimato
E l’onore canuto dell’età estrema.



Traduzione di Mary de Rachewiltz

da La bipenne e altre poesie, Guanda, 1969



mercoledì 29 agosto 2018

Arsenij Tarkovskij


IL MANOSCRITTO

                                               ad A. A. Achmatova

Ho finito il libro e ho messo il punto,
non ho potuto rileggere il manoscritto.
La mia sorte si è consumata tra le righe
mentre l’anima mutava la scorza.

È così che il figliol prodigo si strappa la camicia dalle spalle,
è così che il sale dei mari e la polvere delle vie terrene
sono benedette e maledette dal profeta
andato da solo incontro agli angeli.

Sono colui che è vissuto nel proprio tempo
senza essere sé. Sono il minore della famiglia
degli uomini e degli uccelli, ho cantato assieme a tutti gli                                                                                                    / altri,

e non lascerò il banchetto dei viventi:
blasone autentico del loro onore di famiglia,
vocabolario diretto dei loro legami alla radice.

Traduzione di Gario Zappi

da “Anterem”, 96, VI serie, Anno 43

lunedì 27 agosto 2018

Lois Pereiro


SVANISCE IL DOLORE E ARRIVA IL SONNO

(Credere ancora in me stesso sarebbe la cosa più semplice, ma fingere di non credere nel mio ritorno al mondo è più prudente. Eppure ho fiducia nei miei occhi e so cosa stanno vedendo intorno a loro.)

Credo ormai che potrei
passeggiare fra spiriti estranei
senza calpestare i loro sogni più segreti.
Non sento più quel dolore immobile
che prima abitava le mie notti,
svegliandomi in una delle ore più buie

consapevole che il giorno seguente
nulla mi avrebbe portato di così diverso
dal fallimento che mi stava sciogliendo
con il fuoco dell’inferno in cui vivevo.

Novembre ’94


Traduzione di Marco Paone

da Poesia ultima di amore e malattia, aguaplano, 2017


venerdì 24 agosto 2018

Robert Graves



PERDUTO AMORE

I suoi occhi sono resi così acuti dal dolore
da poter cogliere la crescita d’un filo d’erba o d’un fiore
istante per istante; egli riesce a vedere
chiaramente attraverso una parete di granito,
riesce a distinguere lo spirito atterrito
che fugge via dalla gola d’un morto.
    Egli può udire da due contee lontano
e afferra parole non ancora pronunciate.
Dentro al suo triste orecchio risuonano
il debole clamore del centogambe o del bruco
e suoni fievoli fino all’incredibile:
il rumore dell’erba intenta a bere,
i discorsi del verme, il clic delle mandibole
della tarma che buca i vestiti;
l’ansimare delle formiche che sollevano
pesi ciclopici per un punto d’onore
(coi tendini che scricchiolano e il fiato corto);
e il frullo prodotto dal ragno che tesse
e i minuti bisbigli, sospiri, mormorii
delle mosche e dei pigri lombrichi.
    Quest’uomo è a tal punto spronato dal dolore
che va errando come un dio o come un ladro
avanti e indietro, su e giù, cercando
senza mai requie il suo perduto amore.

Traduzione di Giovanni Galtieri

da I poeti sono uomini, Guanda, 1964

mercoledì 22 agosto 2018

Carlo Alberto Parmeggiani


ALLA MADRE

gli occhi dal buio si apriranno
ai chiari raggi del tuo viso
                                                                             S. Gorodeckij

Se, come dicevi, il gatto è un poeta sognatore
e il cane un commesso viaggiatore,
che sogneranno e dove mai andranno
quando capiranno
che non darai più loro da mangiare,
né li accarezzerai o parlerai quando agitati
cercheranno la tua voce o la tua mano
per stornare un’ombra cupa che li sfiora?

Ghiaccia l’erba ai bordi del canale.
Stringo i pugni su gabbie d’afflizione.
Nessuna insegna mi sa indicare un dove.

Anch’io vorrei che ti prendessi cura
di me, ancora come gatto e come cane.

da Inoj, di Berath Udarnik (inedita)

lunedì 20 agosto 2018

Lois Pereiro


(Debolezzadebolezza for my love without shadows of mourning, pour mon amour, sans ombres, por mi amor sin sombras que «no estás, no estoy, vacío está – Valente – de todo ser el aire, … qué giratorio cuerpo el de la nada»…


(Debolezzadebolezza per la luce dell’angelo caduto)

Non voglio nasconderle nulla di me
che non avrebbe mai saputo con certezza
se io non glielo avessi detto.

Le potrei offrire lo spazio che occupo,
le parole, la forza e la fermezza
che si alimenta di quest’amore perplesso,
in stato di grazia ogni cellula;
le ombre conquistate e prigioniere
o l’energia suicida del mio dolce concedermi
al nuovo territorio inesplorato
della sua esistenza appena scoperta.
Sereno e deciso, mi rinchiudo senza paura
in questo nuovo mondo sconosciuto
e provo a risolvere l’incognita
della sua indifferenza, il suo mistero,
ogni giorno più sonnambulo e inerme
il mio sguardo innamorato di lei.

Deve sapere tutto ciò che ancora non sa
di me e dei miei cupi pretesti
prima che quest’ultimo sogno
si mescoli nell’oceano del nulla.
Ma continuerà assente o sempre protetta
dalla morte in stand by che mi accompagna.
Preferirei che ereditasse ciò che ancora avevo
prima di scommettere vita, morte e anima
in un’unica partita che ho perso;
e quando l’esattore verrà a reclamare il debito
gli darò l’anima e la morte, lasciando a lei la vita
che non ho utilizzato e che ancora si mantiene intatta.
Così in qualche modo starei con lei:
nel suo corpo su questa terra
e il mio al di sotto d’essa.

Luglio ’95

Traduzione di Marco Paone

da Poesia ultima di amore e malattia, aguaplano, 2017


venerdì 17 agosto 2018

Pascal D'Angelo


NEL VERDE CUPO DELL’ESTATE

Nel verde cupo dell’estate
I binari sono come le corde di una cetra
che luccicano oltre la valle incantata,
E la strada li taglia come un baleno lampeggiante.
Ma le anime dei tanti che s’affrettano come musica
che vaga tra le fibre del cuore della valle,
Sono incerte e tempestose;
E l’anima di un ragazzo di campagna
che arranca fischiettando sulla strada lampeggiante
È un cielo d’azzurro luminoso.


Traduzione di Luigi Fontanella


mercoledì 15 agosto 2018

Robinson Jeffers


VACANZE ESTIVE

Quando il sole urla e la gente pullula
Si ripensa all’età della pietra, del bronzo,
All’età del ferro; ferro metallo instabile;
Acciaio tratto dal ferro, cedevole come la madre;
                                                                     / le torreggianti città
Saranno macchie di ruggine su cumoli di stucco.
Per qualche tempo nessuna radice li perforerà, poi
                                                         / la pioggia benigna sanando
Cancellerà ogni traccia dell’età del ferro
E di queste masse: qualche tibia, qualche poesia
Conficcata nel pensiero del mondo, cocci di vetro
Tra cumoli di rifiuti, e lontano sui monti una diga di                                                                                                           / cemento...


Traduzione di Mary de Rachewiltz

da La bipenne e altre poesie, Guanda, 1969


lunedì 13 agosto 2018

Francesco Dalessandro


FIGURE DI NOTABILI

Che sera è questa d’inverno
dal torbido imbrunire
con immagini d’acqua
e figure imprecise,
grigie sotto gli ombrelli!
Se ci guardiamo allo specchio,
se cerchiamo nella memoria
non troviamo che partenze
e arrivi nessuno;
troviamo segreti risvegli
che donano ricordi
ma nessuna certezza,
oltre un grido nel sonno.
Ci consumiamo in una muta attesa.
Che cosa ci distolse dal capire?

Se potessimo ancora dissipare
i nostri giorni
e di ciò non curarci;
se potessimo ancora
lasciare che la vita
ci scorra tra le dita come sabbia,
ora che un attimo
non ha più la durata dell’eterno
ma lo spessore di un vetro…
Usciamo a smarrirci
nella nebbia (un giornale
non letto tra le mani).
Un motivo di voci ci insegue
fino in strada. Lunghi fari
ci abbagliano. Il cauto morire
di qualcosa
dietro di noi, un’insegna
o un ricordo, ora colma
l’attesa…
Ma cosa ci distolse dal capire?

(inedita)



venerdì 10 agosto 2018

Domenico Adriano


L’ANTICA PAROLA

*

Ricordo qui Marcello
Landi poeta del ’16, amato
da Luzi e Baldacci,
Bilenchi e Betocchi, le nostre
passeggiate per Testaccio fino
alla tomba di Keats, le parole
di cui si innamorava
che masticava a lungo nella bocca.

Come quella volta quando incontrammo
la giovane Fiammetta,
e il giorno dopo mi portò una poesia
dove tra sassi e salti
l’antica parola andava a incarnarsi.

*

Oggi a me la parola
l’ha regalata la mia
amata, mi ha sussurrato
stavamo coricati
un poco addormentati
«tu per me ci sei,
nelle maglie del tempo
per me tu ci sei sempre».

*

Per dire a lei come
mi sono innamorato
le dico grazie delle maglie                                                                
che mi ha prestato.
Stamattina mi ci sono
affacciato dentro le maglie,
in fondo al tempo che non è immobile
ho incontrato mia nonna
mi sono pacificato.
Come se avessi ritrovato
l’altro suo proverbio che mi colpì
con il quale volevo fare
una poesia, ma così preso
dal suo bene subito dimenticai.

(inedita)