venerdì 16 novembre 2018

Luigi Picchi


PLINIUS MINOR

II, 10

Indolente e cocciuto l’amico
Ottavio: valente poeta,
non si decide a pubblicare
quei suoi epigrammi, degni
di Marziale (già girano di bocca
in bocca per tutto l’Impero).
Qualcuno finirà per rubarglieli
e non bisogna poi contare
in un’edizione postuma
(gli amici hanno altro
da fare).

Prima della morte
è bene gettare le basi
del proprio monumento.

III, 1

Il cielo stellato sopra di lui
nell’armonia d’una vita regolare.
Questa la sua aspirazione.

Così ammira il vecchio Spurinna
che, lieto e sereno, trascorre
le giornate tra letture, conversazioni,
passeggiate, bagni, pranzi e cene
con amici, una partita di pallone
e infine la poesia.

da Antiqua lux, Moretti & Vitali, 2018

mercoledì 14 novembre 2018

Eleftherìa Sapountzì


COSÌ POSANDO SU DI TE

Così posando su di te
la pagina bianca.
La poesia si scrive da sola. L’odore di carta che brucia
riempie la stanza.
Così appena posata, si è scritta d’un fiato
la storia.
Di tutti gli amanti che esistono perché
non si sono mai incontrati,
delle morti tragiche e improvvise
dei nomi diventati melodie.
Così quando ho posato le ginocchia sulle tue ginocchia
coscia su coscia bocca su bocca
sono diventata eroina e tragica.
Mi addentro anch’io ormai nelle storie a due.

Traduzione di Viviana Sebastio

da In tempo di eterno presente, Alexandria Ekdoseis, Atene 2003


lunedì 12 novembre 2018

Lois Pereiro


SVANISCE IL DOLORE E ARRIVA IL SONNO

(Credere ancora in me stesso sarebbe la cosa più semplice, ma fingere di non credere nel mio ritorno al mondo è più prudente. Eppure ho fiducia nei miei occhi e so cosa stanno vedendo intorno a loro.)

Credo ormai che potrei
passeggiare fra spiriti estranei
senza calpestare i loro sogni più segreti.
Non sento più quel dolore immobile
che prima abitava le mie notti,
svegliandomi in una delle ore più buie

consapevole che il giorno seguente
nulla mi avrebbe portato di così diverso
dal fallimento che mi stava sciogliendo
con il fuoco dell’inferno in cui vivevo.

Novembre ’94

Traduzione di Marco Paone

da Poesia ultima di amore e malattia, aguaplano, 2017


venerdì 9 novembre 2018

Elizabeth Barrett Browning


Sonetto XI

Perciò, se amare può essere un merito
del tutto indegna non sono. Le guance
che vedi così pallide e le ginocchia
tremanti che non sanno sostenere
la pesantezza del cuore; questa stanca
vita di menestrello, deciso un tempo
a scalare l’Aorno e che ora può appena
intonare una musica dolente seguendo
l’usignolo della valle - a che serve
parlarne? Non ti merito né ti convengo.
Pure, poiché ti amo dall’amore
ottengo una grazia riparatrice: vivere
ancora amando, ma invano; benedirti,
ma guardandoti in faccia rinunciare a te.

Traduzione di Francesco Dalessandro

da Sonetti dal portoghese, Il Labirinto, 2000 

mercoledì 7 novembre 2018

Torquato Tasso


DESCRIVE L’APPARIR DE L’AURORA E DE LA SUA DONNA



Ecco mormorar l’onde
e tremolar le fronde
a l’aura mattutina e gli arboscelli,
e sovra i verdi rami i vaghi augelli
cantar soavemente
e rider l’oriente;
ecco già l’alba appare
e si specchia nel mare,
e rasserena il cielo
e le campagne imperla il dolce gelo,
e gli alti monti indora.
O bella e vaga Aurora,
l’aura è tua messaggera, e tu de l’aura
ch’ogni arso cor ristaura.


lunedì 5 novembre 2018

Carlo Alberto Parmeggiani

GIORNO D’OGNISSANTI

Come acquasanta al contatto della dita
dà brividi di freddo e di speranza,
risali tu d’un tratto alla ribalta
di una commedia che non ha più atti.
In delicata figura poi vanisci,
ancora, ancora,
nello svolazzo di foglie senza vita
nel sole stinto del giorno d’Ognissanti.
Non so se fu destino o l’eccitante
bellezza del tuo roseo incarnato,
a far di me l’eroe di un poema,
sicché talvolta ancora mi domando
chi maneggiò per primo quella lama
che mi lasciò in balìa dei quattro venti.
  
da Càrlos Andrade Palmeiro, Azulejos falantes

venerdì 2 novembre 2018

Luigi Picchi


QUASI UN PROEMIO

Tutta la vita in monastero,
dove non ho fatto che copiare
la Naturalis Historia.

Mai viaggiato, mai
lasciata l’abbazia
e fuori dallo scriptorium
solo il breve cammino
del chiostro, gli ambulacri,
le ore in coro, le meditazioni
e le penitenze in cella.

Ora, sereno, mi preparo
a morire.

Porterò a Dio la voce
d’un uomo che ha raccontato
il mondo, la storia.

Di questo universo
mi sento pieno,
come la Sua mente
prima dell’inizio
di tutto.

Così in me è cresciuta
una cattedrale di parole
e cose dove Dio riposa
e siede sovrano.

A Lui solo offro
questo codice,
scrigno di conoscenze,
in attesa della firma
definitiva.

da Antiqua lux, Moretti & Vitali, 2018

mercoledì 31 ottobre 2018

Francesco Dalessandro


LA RINUNCIA                    

Camillo Fonte, L’Aquila 1951-1987


non è vivere vivere sospesi
sull’orlo dell’addio, dell’abbandono
                                                          

I

Un altro giorno inerte, speso male.
La città ferve ancora, ma lontana.
Salgono voci dal cortile: gente
che rincasa. Hanno echi

insinceri, le fredde cortesie
fra vicini. Dal parco,
i giochi dei bambini.
Altre voci si chiamano. Qualcuna

la riconosci...
È la memoria che s’avvia, fa nodo.



II

Una fede caparbia ti preme
a incidere il foglio, avventuroso
mare dove lo scafo ha il poco scampo
che gli assegna la sorte.

E linea dopo linea onda per onda
tu ne solchi il pallore, ma sai
che neanche il cuore ormai se ne consola:
non serve a sopravvivere, non basta.

da Figure d’ombra, puntoacapo Editrice, 2018



Mercoledì 31 ottobre, ore 18:00 presso la Libreria Popolare 
via Tadino, 18 - 20124 Milano 
Tel.02 2951 3268 info@libreriapopolare.it

Presentazione della collana “Ancilia” puntoacapo Editrice
e dei volumi: 
Figure d'ombra di Francesco Dalessandro 
e Un sogno di Borromini di Roberto Rossi Precerutti. 

Ne parlano con gli autori:
Giancarlo Pontiggia Direttore della Collana Ancilia, 
Francesco Rognoni dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, Mauro Ferrari Direttore editoriale puntoacapo 

lunedì 29 ottobre 2018

Lois Pereiro


(Contro la morte!, l’amore che mi accompagna; contro il tempo che finisce!, il vostro tempo; contro il lutto!, il desiderio; contro il mondo!, una bomba meditata; contro di me!, essere lo stesso che sono stato e che non ero io stesso…)

(Contro la morte l’amore che mi accompagna)

Dei giorni che il destino a me riserva
ognuna delle sue notti da vivere
sarebbe l’ultima
l’unica essenziale
se anche potessi viverti
attardato sul tuo corpo in pace
coabitando i tuoi sogni
sopravvissuto alla mia inesistenza
sognato nelle tue notti
o in te prolungato.

Luglio ’95


Traduzione di Marco Paone

da Poesia ultima di amore e malattia, aguaplano, 2017


venerdì 26 ottobre 2018

Alessandro Peregalli

LA RICERCA DI TE

La ricerca di te è ora stanca come
il nostro amore: non so più trovarti.
C’è una zona di buio nel mio spirito
ch’era luce, era tua. Prima abbagliava
le mie giornate; ora è uno spicchio d’ombra
che di solito è inerte, non appare,
ma talvolta s’impone alla mia mente,
la occupa, la ingombra, sembra imprimermi
la non azione, il tedio, lo sconcerto
dei sentimenti, è come una rivoluzione
della mia essenza contro il fatto primo
della mia vita. Allora, se d’un subito
penso a te, ecco che l’ombra si fa luce,
ecco che mi ritorna la ragione
delle cose del mondo e che lo spirito,
che pareva silente e ottenebrato,
torna a vivere ardito anche se sa
che nulla più d’un’immagine resta
del sentimento balenante fervido
che fu per te, che fu una parte splendida
della mia vita.

Da La cronaca. Poema 1939-1982, il Saggiatore, 2003

mercoledì 24 ottobre 2018

Eloy Sánchez Rosillo


AVVISO AI VIANDANTI  

Nella somma dei giorni indistinguibili
che il vivere ci offre, forse uno
ce n’è quando il destino,
tragico e bello, passa accanto a noi
e il caso manifesta
un’insolita luce, un inusuale
fulgore inconfondibile.
Perciò non dubitare. Abbi il coraggio,
quando il momento viene
di lasciare le cose con le quali
t’inganna l’abitudine, da sempre,
e sali su quel carro
di fuoco.
                 Dura niente
il miracolo.
                      Se ti negherai
la partenza, soltanto
notte avrai meritato
e, pur volessi, non riacquisterai
mai più la luce che avrai disprezzata.

Traduzione di Francesco Dalessandro

da La cosas como fueron. Poesía completa, 1974-2017, Tusquets Editores, 2018

lunedì 22 ottobre 2018

Carlo Alberto Parmeggiani


GITANI SUL TÀMEGA

Passata è la stagione, intera,
di quando zigzagando per campagne
finimmo in una festa di gitani.
Ci accolsero con dolci e con favore
per la festa di nozze di una bellezza bruna.
Passò la notte fino a far mattina,
fra balli, canti, gozzoviglie e abbracci
nel sudore di quella mezza estate.
Poi ce ne tornammo a casa,
o chissà dove,
già fatti schiavi del giorno e di un dovere
che nessuno di noi capisce ancora,
mentre fra i tendaggi e i carrozzoni
la carne sulla brace andava in fumo.

da Càrlos Andrade Palmeiro, Azulejos falantes


venerdì 19 ottobre 2018

José María Alvarez


QUANDO GUARDO L’AMORE

Quando guardo l’amore, consumato,
Quando ancora potrei
Sentire sulle dita la soave
Pelle che gli anni andranno cancellando,
Quando ancora negli occhi suoi bellissimi
La luce esulta, e perdendosi
Lascia nei miei ombra e sconfitta,
Quando so che l’amore, ora adempiuto
Il suo regno, mi abbandona,
Gli occhi vorrebbero seguirlo
E riscattare dalla sua scia dolente
Un’immagine che il tempo non umìli
E anche dopo morti ci accompagni.


Traduzione di Francesco Dalessandro

da Museo de cera, Editora Regional de Murcia, 1984

mercoledì 17 ottobre 2018

Lois Pereiro


(prayer)

Adesso chiudi gli occhi
e immagina
che ciò che ascolti
è una preghiera atea
a te diretta nel buio
da una voce invisibile e persa
nei templi di un amore
ritualizzato.

Ascolta come attraversa il silenzio
questo rumore carnale disperato
che si avvicina notturno alla tua esistenza
contagiando i tuoi desideri con i suoi
e penetrando in te si va radicando
impercettibile e fatale
nelle tue viscere.

Luglio ’95

Traduzione di Marco Paone

da Poesia ultima di amore e malattia, aguaplano, 2017

lunedì 15 ottobre 2018

Matteo Munaretto


TORNA PELÉ

                               a Rosario e ai suoi figli

Pelé poesia della mia vita,
tu che danzi sopra l’erba
scivoli tra gli avversari,
non hai nemici,
s’arrendono a te e sono felici
i cuori che sognano
semplicità e bellezza.

E il sogno
ha la pelle colorita,
maniche corte, una maglia verde-oro
movenze di fanciullo elegantissime,
un sorriso vero.

Torna, Pelé, poesia
in questa vita,
torna sul carro di fuoco, danza ancora,
apri spazi impensabili
fammi vedere che è ancora possibile
il capolavoro.

Metti nel sacco la gioia.

E un giorno, insieme a mio figlio,
ma anch’io bambino, tra prati
interminati fammi correre con te.


da Arde nel verde, Interlinea, 2011

venerdì 12 ottobre 2018

Carlo Alberto Parmeggiani


AL BUIO

Poiché discreta è la notte quando cade ,
materiando ciò che importa in un nonnulla,
ancor prima che il buio si diradi
ripenso a certe assenze
ricomparse all’improvviso nell’arsiccio
della mente disvuotata, sicché tu ricompari
affinché di gamba svelta non rincorra
ansie, tormenti e mire vaghe.

da Càrlos Andrade Palmeiro, Azulejos falantes


mercoledì 10 ottobre 2018

Bila Mbala Bolongo


CINQUE POESIE

*

La nebbia candida
s’avvicina
su zampine di
gatto.

*

Sopra l’uliveto
v’è un cielo annebbiato
e una pioggia
d’astri gelati.

*

La luna è morta, morta.

*

Era felice.
Si guardava intorno.
Sbocciavano rose.
Le api passavano
di fiore in
fiore.

*

Io tendo alla
luna!
Or ditemi: “A che
pensate?”.


(inedite)


Nota 
L'autore, quando scrisse questi versi, era un ragazzino che frequentava la prima media nei primi anni Ottanta, alunno del poeta Alessandro Ricci in una scuola di Castel di Leva, al Divino Amore.

lunedì 8 ottobre 2018

Bila Mbala Bolongo


QUATTRO POESIE

*

Ancora una vittoria
come questa e noi
saremo perduti.

*

Perdo e riacquisto
amici del cuore
generoso.

*

La mattina il cielo è così
puro.
Il vento così leggero.

*

Ho rinchiuso il mio amore
in gabbia,
e sono uscito con l’uccello
in testa.
“E allora? Non
si saluta più?”


(inedite)




Nota 
L'autore, quando scrisse questi versi, era un ragazzino che frequentava la prima media nei primi anni Ottanta, alunno del poeta Alessandro Ricci in una scuola di Castel di Leva, al Divino Amore.

venerdì 5 ottobre 2018

Vittorio Sereni

ANNI DOPO

La splendida la delirante pioggia s'è quietata,
con le rade ci bacia ultime stille.
Ritornati all'aperto
amore m'è accanto e amicizia.
E quello, che fino a poco fa quasi implorava,
dall'abbuiato portico brusìo
romba alle spalle ora, rompe dal mio passato:
volti non mutati saranno, risaputi,
di vecchia aria in essi oggi rappresa.
Anche i nostri, fra quelli, di una volta?
Dunque ti prego non voltarti amore
e tu resta e difendici amicizia.

da Gli strumenti umani, Einaudi, 1980

mercoledì 3 ottobre 2018

Antonia Pozzi


L’ANCORA

Sono rimasta sola nella notte:
ho sul volto il sapore del tuo pianto,
intorno alla persona
il silenzio – che sul tonfo
della porta richiusa, a larghi cerchi
si riappiana.

Lenta nell’acqua oscura
del cuore –
lenta e sicura,
tra le alghe profonde
gli echi delle tempeste le lunghe correnti
le molli ghirlande di onde
intorno a inabissati
scogli –

lenta e sicura,
fino alle sabbie segrete giacenti
sul fondo dell’essere –
fida tenace, con i suoi tre bracci
lucenti

penetra l’àncora
delle tue tre parole:
– Tu aspetta me –.

da Parole. Tutte le poesie, Ancora Editrice, 2015

lunedì 1 ottobre 2018

Matteo Munaretto


LA LUCE DELLE BETULLE E DELLA NEVE

Viene il tempo in cui il depositum
humanae rei, il linguaggio
avuto tra le mani, ricevuto
dai padri sembra farsi un po’ di cenere.
E le fiamme
che avranno in pasto la città sono già accese,
già spolpano
gli sguardi, gli scambi elementari,
la carne delle cose, i cardini,
la cartilagine, la calce.
Non crederanno forse che allo schianto
delle case in un mucchio di fuliggine,
al visibile ruinare della fisica.
Cercheranno nemici dal di fuori
o anche più ciechi s’accaniranno
al più a sputare e computare un impoltrito
psicologema un neologismo finanziario,
poco d’altro.

                         Intanto brucia
la grammatica dell’anima
e le prime a incarbonirsi sono loro,
le calde parole dei padri,
quelle che ci ressero
in piedi fino a qui,
proprio adesso che padri siamo noi,
dobbiamo esserlo;
calde, le parole, delle oneste
fatiche umane,
di tutto il patimento che occorre alla pietà
per fendere nel fumo
del suo mistero avverso uno spiracolo
qua nella storia caina;
calde dell’onore
dovuto al compito
che ci fu dato insieme al nostro nome d’uomini:
non tradire,
non spargere sangue innocente,
cercare le cose di lassù
e sempre e solo il vero.

Ma ora erosi, derisi da quest’orgia
di crucifige
violenti indifferenti a ciò che vige
nel cuore del vivente
non sono solo i lemmi, i minimi
significati,
                    le sommità del mondo,
bene bellezza verità,
                                      sono anche i nessi
i lacci che allacciano le frasi –
con le frasi noi stessi –
la segnaletica di base, il quindi,
il dato che,
la conclusione dopo l’argomento,
la ragione che procede con prudenza,
lucida,
rallenta riprende
sa l’opportunità e la differenza
delle pause,
segue volute, rettifili,
tratturi accidentati
                                    ma tracciati
verso un dove, un oggetto, un nervo vivo,
un fine non importa
se raggiunto,
                         tende oltre il punto
naturalmente
                          la vita
                                       purché
dentro una forma,
                                   una norma,
                                                          la sintassi
fedele alla realtà:
                                giustizia
che giudica la rissa delle lingue,
operatrice di pace, ordine in lotta contro
non creature di sangue ma la nera
melma del grande ingannatore,
                                                           l’infero
caos che sale d’ogni trafittura
inflitta da nonsenso e infingimenti,
male che ci divide e aizza.
                                                L’argine
vacilla nelle menti
ignare in questa piena che tracima e acceca:
l’argine, la logica,
                                 i suoi passi le sue leggi –
la non contraddizione,
l’essere è il non essere non è –
capaci d’ospitare nella lingua
un po’ di celeste brillare.
E sono queste leggi il giogo lieve
che ancora conduce alla radura
del senso, ai tavoli imbanditi,
ai vini delicati,
al miele che scintilla sulle dita;
e sono probamente
la misura con cui l’umile scrivano
scriverà ancora un rigo sano,
                                                      sono lo zelo
con cui il pensiero potrà ancora illimpidirsi,
tornare a vedere

la luce delle betulle e della neve.


da Arde nel verde, Interlinea, 2011