mercoledì 28 settembre 2016

Pere Gimferrer

DUE FUGHE

2 - VIVERE CLANDESTINO

Una targa, sulla via di Petritxol, a Barcellona, ricorda la casa dove visse Leandro Fernández de Moratín. Furono anni duri per Moratín, che vegetava nascosto, con la sensazione d’essere vivo per miracolo in un mondo assolutamente barbaro e ostile, quale hanno spesso sperimentato gli intellettuali spagnoli. Quando per le strade di Madrid la gente grida “Vivan las caenas[1], un uomo che s’è dedicato a cose come tradurre Shakespeare e Molière, non ha certo molte possibilità di non lasciarci la pelle.
Da Barcellona, il 17 gennaio del 1816, Moratín scriveva all’amico Juan Antonio Melón. Nella lettera ci sono alcune righe davvero impressionanti, nelle quali c’è un certo apprezzamento per il modo di fare dei catalani, che però illustrano in modo raccapricciante – e probabilmente molto fedele – la sensazione di sentirsi scomodo e mal accetto che può sperimentare una persona civile quando si scatena la brutalità celtiberica. “La mia decisione – scrive Moratín da Barcellona – è quella di non muovermi da qui, di non cambiare questa gente per nessun’altra di Spagna, se si deve vivere e morire con essa. In tal caso è necessario fare una vita oscurissima e ritirata; non parlare, non scrivere, non pubblicare, non dare nessun segno della mia esistenza; e questo, fra le persone più tolleranti, meno pettegole, meno moleste di tutta la penisola; ove ognuno attende ai suoi affari e interessi e non si mischia con gli estranei, cosa che non capita altrove”.
A un certo punto, André Breton diede ai surrealisti una consegna: “passare alla clandestinità”. Ma una cosa è scegliere d’essere uno scrittore clandestino prima di diventare uno scrittore ufficiale e riconosciuto – e questo era il senso della consegna di Breton –, un’altra cosa (come nell’ammirevole poesia di Gabriel Ferrater “La vita furtiva” che spesso è stata letta equivocamente come una poesia politica) è avere la sensazione fondamentale di assedio e accerchiamento che può dare l’esistenza quotidiana; e un’altra ancora, e ben diversa, è scegliere il silenzio come Moratín, perché questa scelta amara è l’unica permessa dal trionfo della stoltezza. Un silenzio così risulta più forte e più patetico di qualsiasi accusa.

Traduzione di Francesco Dalessandro

da Dietario, Seix Barral, 1984



[1] Viva le catene. La frase si fa risalire all’anno 1814 ed è il grido con il quale il popolo, in opposizione al grido Viva la libertà, volle esprimere la propria adesione al re Fernando VII, quando, in quell’anno, impose il potere assoluto.