mercoledì 29 novembre 2023

Sauro Albisani

DOV’È L’ACCENDINO

 

Fingo di non sapere che mia figlia

fuma più sigarette che le solite

“tre o quattro al giorno”. Cristo, non sopporto

che ne abbia bisogno, Come Ariel

dovrebbe avere il suo Prospero; forse

dovrei essere io. Ma io non posso

liberarla dal fumo e mi consolo

fumando;

e fingo di non essermene accorto

che mente perché mi ama, e mi somiglia.

Non mi risponde, sorride, sbadiglia.

Finge di non sapere che io so.

 

da In bilico, Passigli, 2023

lunedì 27 novembre 2023

Edoardo Ferri

POLVERE


Ora che sono trascorsi

più di cento secoli

vieni a risvegliarmi

dall'amato letargo

come se importasse

poi rigenerare la

polvere per poter

giudicare chi fui

e perché decisi

di non esserci

quando gli uomini

abitavano già altri

pianeti immensi

e le vie di fuga

erano vaste e lucenti

e perfino le stelle

sembravano prossime.

Perché ostinarsi

a voler giudicare noi

che nel beato sonno

vivevamo già

la dimensione eterna

nell'inconscio colorato

delle terre emerse

fra ere geologiche

e sopravvivenza della

specie che mai volle

arrendersi alla morte?

Non so più nemmeno

poi come fosse il mio

corpo né ho memoria

di chi amai e di chi

mi stava accanto

polvere anch'essa ora

e meravigliosa

esperienza d'oblio

che dalla terra possiamo

osservare ancora e

provare la profonda

promessa del cielo.


(inedita)

venerdì 24 novembre 2023

Francesco Dalessandro

 UNO SCOGLIO NEL VIVO DEL NAUFRAGIO

 

La dilezione audace del ricordo

 

1.

 

Adolescente precoce nel verso –

e nel vizio: ho imparato da te,

misi a frutto così le tue lezioni

di respiro: in apnea mentre la lingua

danzava sulle labbra appena schiuse

e sapide, guizzava sulla pelle,

con la punta tracciava il breve solco

tra soglia e inarcatura nel verso

giusto tra ispirazione e espirazione.

 

 

2.

 

Un addio fra milioni di parole. 

Fra i libri, com’è giusto. Là il poeta

e la musa si sono separati:

poche sillabe come analfabeti.

Nascosti: lui con gli occhi nel bicchiere,

lei dietro lenti scure,

a confessarsi solo mezze colpe.

Anche i poeti mentono: è nel cuore

che non si lascia leggere l’astuta

verità. Circospetta ma impudica,

la bugia.

Disse: «Non potrai deludermi».

Però sbagliava: della delusione

di più sicuro cosa c’è in amore?

 

 

3. 

 

Senza essersi davvero mai uniti

si sono separati. Il giorno è presto

prossimo alla sua fine, alla sua frode

di gentilezza e cortesia.

                                           «Anche questa

sera ricorderemo: scenderei

con te al mio fianco lungo riva

come allora, direi:

                                  “alla deriva

abbandonami, all’acqua, o lungo strade

d’erba come d’estate fanno ai cani”».

 

 

4.

 

Non superai la prova della fronte

che mi desti da baciare... 

 

Chi è «infecondo e inadatto» lo è sempre,

massime negli addii: perché negare

talenti che Natura generosa

ci ha elargito?

 

 

5.

 

(Su, cuore, prendi fiato se davvero

vuoi vedere la vasta geografia

del suo corpo, respira piano a pieni

polmoni e scendi intero nel silenzio

e nella cieca notte dove solo 

se il verde lume pallido degli occhi

si accende tu avrai luce, luce e vita;

su, prendi fiato, immergiti, va’ giù,

e non temere né lunghi altipiani

dirupi e precipizi di catene

montuose né derive aspre correnti 

o tempeste del mare, non temere

estuari e golfi dove si nasconde

morte ma affonda nel suo cuore, cuore).

 

 

6. La sua storia

(parla lei)

 

«Mi ci spinse mia madre al matrimonio.

Fece uno scambio, come nel Zivago:

lei rinunciava, io ne prendevo il posto.

Disse: “È per il tuo bene”. Però, bada,

Gabriele mi amava, a modo suo.

Un po’ l’amavo anch’io: dovevo a lui

se avevo avuto infanzia e adolescenza,

se vantavo benessere e cultura.

Penso che in fondo rivolesse solo

la giovinezza di mia madre: io ero

la parvenza di quel che aveva perso.

Lo capivo da come mi guardava.

Come una buona moglie qualche volta

ci andavo a letto: non fu mai sgradevole…

 

«Non è mai disdicevole l’amore

e lui sapeva amarmi, a modo suo.

Era poco? Ma io non conoscevo,

dell’amore, che quell’intensità

delimitata, tiepida, seconda...

Sognavo la passione, ma ignorando

cosa volesse dire aver perduto

la testa... (Ora lo so, me l’ha insegnato

l’indifferenza tua di adolescente

annoiato). Un amante? Ma perché?

Per duplicare impegni e delusioni?

Gabriele stesso ne sarebbe stato

lieto, forse: perché gli avrei evitato

quegli stanchi doveri coniugali...  

 

«La sua morte fu anche la mia fuga

dai Piombi, dove m’ero imprigionata.

Era il suo mondo la vera prigione:

quella mondanità fatta d’incontri

e cene con la vecchia nobiltà

romana… Esasperante!  Mi sfinivano

le sue lunghe riunioni di famiglia,

il fatuo conversare dei parenti,

le zie, la nonna, i racconti di caccia…

E il sarcasmo di quella gran bagascia

pentita di sua madre che teneva

tutti nelle sue grinfie? Non riuscivo

più a sopportarlo. Però, per fortuna,

con lui per loro sono morta anch’io».

 

 

7.

 

Se lo sguardo tradiva il disamore…

«Dopo la storia il sogno: dove ho perso

la liaison? 

Cosa vuoi dirmi o vuoi significare

senza dirlo?»

                       La notte

scendeva lenta dietro il Vaticano

a spegnere i ricordi e quelle strane

confidenze da amante sazia dopo

l’amore. La tua voce così calda

e vibrante di pathos che s’incanta.

«Lui non era l’arcangelo Gabriele,

il nunzio delle mie benedizioni,

né tu sei il poverello il francescano

lasciato solo a guardia del portone...».

 

 

8.

 

«Avrai fame di me quando avrò fame

di te?».

              Potevo stringerti o tenermi

aggrappato al tuo collo scivolando

nel tunnel dei cattivi sentimenti.

Non è stato alla fine dell’amore

che provammo paura ma al risveglio

del primo giorno, quando aprendo gli occhi

scoprimmo di non essere (più) soli.

Subito il sole mise in luce i nostri

egoismi.

                Trovarci ancora nudi

nel reciproco abbraccio parve allora

una promessa di felicità.

Fu invece la premessa ad una storia

scritta male, malnata, anche malsana.

 

 

9.

 

«Quei versi sono rena senza calce.

Solo una pena postuma, di carta».

Parlavi di un poeta appena morto.

E io non t’ascoltavo.

 

«Ma la poesia – un giorno capirai –

nasce sempre dal solco che il dolore

ara nella coscienza e la memoria

semina nella mente silenziosa…

 

«Se un giorno ora lontano leggerò 

su quest’amore versi tuoi saprò

che i miei spasimi d’oggi avranno avuto

una ragione e forse ne avrò pace

accettando come ora non so fare

la crudeltà del tuo abbandono…».

 

 

10.

 

Non ero io l’amore che vedesti

venirti incontro su quel ponte:

ne ero la proiezione, il simulacro –

l’amore adolescente non concesso

alla tua adolescenza.

Ero troppo in ritardo.

Tu mi amasti in anticipo. Vedevo

in te la dea che si offre al pastorello

sui declivi dell’Ida: per difetto

di cultura e perché la tua eleganza

(così Campana, ora lo so) era l’arco

teso della bellezza che mi uccise.

 

 

11.

 

Se ti penso nel sulfureo pomeriggio

di luglio aspettarmi sul ponte

la tua immagine è chiara ma non trovo

il filo del pensiero che traeva

i miei passi ai tuoi occhi, verde sguardo

di sgusciante lucertola nascosto

dietro lenti da sole.                            

                                    In basso l’acqua

trascina come allora

verso l’isola schiuma di realtà.

                               

Ora che invano cerco una scialuppa

di salvataggio, uno scoglio nel vivo

del naufragio...

 

 

12.

 

Se poi il mondo finisce nei tuoi occhi

disperati – lo vedo se mi sporgo

sul lago che essi sono – neanche questo

potrò dimenticarlo. Non è l’oro

del silenzio prezioso ma la voce

d’argento che sussurra quando il sonno

tarda a venire, come polla d’acqua

o pioggia fresca sulle grasse foglie

della magnolia in un giorno d’estate.


da Camminando, Il Labirinto, 2023

mercoledì 22 novembre 2023

Alessandro Ricci

 INTRODUZIONE


Suola e tomaia sono gli strumenti

del tuo lento o deciso camminare,

con i versi inarcati da rigo

a rigo a farsi strada e senso


La lentezza lacustre del canto

dice la dolencia e il disgusto

ideologico rispetto alla scrittura

come oggetto o esperimento


Visionario egotista sfidi il tempo

banale della logica e deliri

affanni o desideri quando scrivi

delle grazie perdute o del silenzio


della parola


Queste parole di Ricci, scritte agli inizi del presente millennio fanno da introduzione al mio ultimo libro, Camminando (Il Labirinto, 2023). La loro trasformazione in versi è una mia responsabilità, ma dettata senza volerlo dal loro ritmo, dal loro andamento.

lunedì 20 novembre 2023

Amelia Rosselli

 O MIO FIATO CHE CORRI


o mio fiato che corri lungo le sponde

dove l'infinito mare congiunge braccio di terra

a concava marina, guarda la triste penisola

anelare: guarda il moto del cuore

farsi tufo,e le pietre spuntate

sfinirsi

al flutto


da Le poesie, Garzanti, 2020

venerdì 17 novembre 2023

Geminello Alvi

 Ci sono libri nei quali ci si perde, nei quali si entra per perdersi, perché non si vuole più uscirne. Sono quelli che indagano l’anima o il mistero di sé. 

Di ognuno di questi libri offro solo l’incipit, ovvero il primo, o i primi paragrafi; di qualcuno, l’ultimo o gli ultimi, ovvero l’explicit. Spero, per voi che leggerete, che servano d’invito a perdervi in essi.

Posso citarne molti (ovvero, posso citare alcuni di quelli nei quali mi sono perso io, perché forse ognuno ha i suoi), a cominciare dal più enigmatico di tutti, il Pedro Páramo di Juan Rulfo. Oggi è il giorno dell'ultimo di questa serie, più recente:


IO VIRGILIO


Ancora possiedo il corpo d’inquarto compatto, ma ch’è insano all’interno come avviene a certe grosse mele che spaccate, invece della polpa soda che la loro buccia colorata lascia presagire, rivelano il dilatarsi d’una marcescenza. Abituato alla parvenza m’accorsi tardi d’essere malato, e però riconoscendo la necessità pura del male, che mi si estendeva dentro, e della prepotenza che doveva dall’accumulo comunque rifluire alla vita, avendone l’identico segreto e in sé molto sereno motivo. Quando glielo dico Alessi sorride e cambia discorso. Ma riunito, senza resistere, alla potenza di vita preliminare che cumulandosi ammala, il dolore mi si discioglie, scisso da ogni ulteriore intima aderenza.

 

Da Io Virgilio, Marsilio, 2023

mercoledì 15 novembre 2023

Hermann Broch

 

Ci sono libri nei quali ci si perde, nei quali si entra per perdersi, perché non si vuole più uscirne. Sono quelli che indagano l’anima o il mistero di sé. 

Di ognuno di questi libri offro solo l’incipit, ovvero il primo, o i primi paragrafi; di qualcuno, l’ultimo o gli ultimi, ovvero l’explicit. Spero, per voi che leggerete, che servano d’invito a perdervi in essi.

Posso citarne molti (ovvero, posso citare alcuni di quelli nei quali mi sono perso io, perché forse ognuno ha i suoi), a cominciare dal più enigmatico di tutti, il Pedro Páramo di Juan Rulfo. Oggi è il giorno di 


LA MORTE DI VIRGILIO


Azzurre e leggere, mosse da un lieve, appena percepibile vento contrario, le onde dell’Adriatico erano corse incontro alla squadra imperiale, quando essa, avvicinandosi lentamente alle piatte colline della costa calabra, veleggiava verso il porto di Brindisi, ed ora che la solitudine del mare, così piena di sole e pur così piena di morte, si mutava nella serena allegrezza dell’opera umana ed i flutti, dolcemente irraggiati dalla vicinanza di uomini e case, si popolavano di ogni specie di navi, di quelle che ugualmente tendevano al porto e di altre che ne erano uscite, ora che le barche dalle vele rossastre già d’ogni parte uscivano per la pesca serale abbandonando i piccoli moli dei molti paesi e villaggi lungo la riva lambita dalle candide onde, ecco che l’acqua si era fatta come uno specchio; e in alto si era dischiusa la perlacea conchiglia del cielo, scendeva la sera, e si sentiva l’odore del fuoco di legna dei focolari, ogni qual volta le voci della vita, un picchiar di martello o un richiamo, giungevano portati dal vento.

[…]

    Il brusio continuava, risonando dalla mescolanza della luce con l’oscurità, scosse entrambe dal suono incipiente, perché soltanto ora quel suono ebbe inizio e la musica era più che canto, più che tocco, più che nota, più che voce perché era tutto questo ad un tempo e prorompeva dal nulla e dal tutto come intesa più alta di ogni intendimento, come significato, più alto di ogni comprensione, come la pura parola che era, sublime, al di là di ogni comunicazione e di ogni significato, definitiva e incipiente, possente ed imperiosa, terrificante e consolatrice, soave e tonante, la parola della distinzione, la parola del giuramento, la pura parola che lo investì fragorosa, sempre più piena, sempre più forte, tanto che nulla più poté resisterle e l’universo svanì dinanzi alla parola, si dissolse e si vanificò nella parola, e tuttavia era ancor contenuto nella parola, custodito in essa, annientato, e creato ancora una volta e per sempre, perché nulla era andato perduto, perché la fine si univa col principio, rigenerato, rigenerante; la parola si librava al di sopra del tutto, si librava al di sopra del nulla, al di là dell’esprimibile e dell’inesprimibile; ed egli, travolto e al tempo stesso avvolto dal fragore della parola, si librava con lei; tuttavia, quanto più quel fragore lo avvolgeva, quanto più egli penetrava nel suono fluttuante che lo penetrava, tanto più irraggiungibile e tanto più grande, tanto più grave e tanto più evanescente si fece la parola, un mare sospeso, un fuoco sospeso, con la pesantezza del mare, con la leggerezza del mare, e tuttavia sempre parola: egli non poteva ricordarla, non doveva ricordarla; essa era per lui incomprensibilmente ineffabile, perché era al di là del linguaggio.

 

Traduzione di Aurelio Ciacchi

Da La morte di Virgilio, Feltrinelli, 1993

lunedì 13 novembre 2023

Vintilǎ Horia

  Ci sono libri nei quali ci si perde, nei quali si entra per perdersi, perché non si vuole più uscirne. Sono quelli che indagano l’anima o il mistero di sé. 

Di ognuno di questi libri offro solo l’incipit, ovvero il primo, o i primi paragrafi; di qualcuno, l’ultimo o gli ultimi, ovvero l’explicit. Spero, per voi che leggerete, che servano d’invito a perdervi in essi.

Posso citarne molti (ovvero, posso citare alcuni di quelli nei quali mi sono perso io, perché forse ognuno ha i suoi), a cominciare dal più enigmatico di tutti, il Pedro Páramo di Juan Rulfo. Oggi è il giorno di 


DIO È NATO IN ESILIO

Chiudo gli occhi per vivere. Per uccidere, anche. In questo sono il più forte: lui chiude gli occhi soltanto per dormire e nemmeno il sonno gli dà conforto. Le sue tenebre pullulano di morti, di crudeltà che lo ossessionano. Io so che a lui non piace il riposo, come non piace a tutti i grandi della terra. Il riposo lo lascia solo con la sua coscienza e i suoi rimorsi, col rimpianto di avere agito sempre da potente, da uomo terrorizzato dal proprio potere. Una volta, cinque anni or sono, lo incontrai al tempio, di mattina, appena sveglio. Aveva gli occhi rossi, gonfi di stanchezza e non aveva il coraggio di guardarci, per paura che si potessero decifrare nel suo sguardo il nome o i tratti di coloro che lo avevano tormentato durante la notte. È adorato come un dio, ma nessuno lo ama. Infatti, è l’autore della Pace universale e ha creato il più grande impero di tutti i tempi, ma è anche l’autore della Paura, la paura degli altri e la sua.

Traduzione di Marino Monaco

Da Dio è nato in esilio, Castelvecchi, 2015

 


venerdì 10 novembre 2023

Knut Hamsun

 Ci sono libri nei quali ci si perde, nei quali si entra per perdersi, perché non si vuole più uscirne. Sono quelli che indagano l’anima o il mistero di sé. 

Di ognuno di questi libri offro solo l’incipit, ovvero il primo, o i primi paragrafi; di qualcuno, l’ultimo o gli ultimi, ovvero l’explicit. Spero, per voi che leggerete, che servano d’invito a perdervi in essi.

Posso citarne molti (ovvero, posso citare alcuni di quelli nei quali mi sono perso io, perché forse ognuno ha i suoi), a cominciare dal più enigmatico di tutti, il Pedro Páramo di Juan Rulfo. Oggi è il giorno di 


FAME

A quel tempo ero affamato e andavo in giro per Christiania, quella strana città che nessuno lascia senza portarne i segni…

    Ero coricato, sveglio, nella mia soffitta: sotto di me una pendola sonava le sei. Era già piuttosto chiaro. Sulle scale si sentiva una certa animazione. In basso, accanto alla porta, dove la parete era tappezzata con vecchi numeri del «Morgenbladet», distinguevo benissimo un avviso del direttore dei Fari. Un po’ più a sinistra il fornaio Fabian Olsen elogiava a lettere cubitali il suo pane fresco.

    Appena aperti gli occhi mi ero messo a riflettere: ci sarà oggi qualche cosa che mi possa dar gioia?

 

Traduzione di Ervino Pocar

Da Fame, Adelphi, 1974


mercoledì 8 novembre 2023

Benjamin Tammuz

 Ci sono libri nei quali ci si perde, nei quali si entra per perdersi, perché non si vuole più uscirne. Sono quelli che indagano l’anima o il mistero di sé. 

Di ognuno di questi libri offro solo l’incipit, ovvero il primo, o i primi paragrafi; di qualcuno, l’ultimo o gli ultimi, ovvero l’explicit. Spero, per voi che leggerete, che servano d’invito a perdervi in essi.

Posso citarne molti (ovvero, posso citare alcuni di quelli nei quali mi sono perso io, perché forse ognuno ha i suoi). Oggi c'è



IL MINOTAURO


Un tale, che era un agente segreto, parcheggiò in una piazza bagnata dalla pioggia la macchina che aveva preso a nolo, e salì sull’autobus per andare in città.

Quel giorno compiva quarantun anni e, buttandosi su un sedile a caso, chiuse gli occhi sprofondando in tetre meditazioni sulla natura del suo compleanno. Alla prima fermata, l’autobus che rallentava lo riportò alla realtà e vide due ragazze che si sedevano sui sedili liberi davanti a lui. La ragazza di sinistra aveva i capelli color bronzo, bronzo scuro che brillava di riflessi d’oro. I capelli erano lisci e raccolti sulla nuca con un nastro di velluto nero, annodato a fiocco. Il nastro, come i capelli, si distingueva per un senso di fresca pulizia, il genere di pulizia caratteristico delle cose che la mano irrequieta non ha ancora toccato. Chi le ha annodato il nastro con tanta cura, pensò il quarantunenne. Poi attese il momento in cui si sarebbe voltata verso la sua amica; appena lei si girò verso l’amica e lui vide i tratti del suo viso, spalancò la bocca in un urlo soffocato in gola. Forse gli sfuggì. I viaggiatori, in ogni modo, non reagirono.


Traduzione dall’ebraico di Antonio Di Gesù

Da Il minotauro, Edizioni e/o, 1994


lunedì 6 novembre 2023

Lars Gustafsson

 Ci sono libri nei quali ci si perde, nei quali si entra per perdersi, perché non si vuole più uscirne. Sono quelli che indagano l’anima o il mistero di sé. 

Di ognuno di questi libri offro solo l’incipit, ovvero il primo, o i primi paragrafi; di qualcuno, l’ultimo o gli ultimi, ovvero l’explicit. Spero, per voi che leggerete, che servano d’invito a perdervi in essi.

Posso citarne molti (ovvero, posso citare alcuni di quelli nei quali mi sono perso io, perché forse ognuno ha i suoi). Dopo quelli della settimana scorsa, ecco l'ultimo dello stesso autore:



IL POMERIGGIO DI UN PIASTRELLISTA

C’era un uomo chiamato Torsten Bergman, esile e bianco di capelli. Era piastrellista, nato nel 1917. E quindi quel grigio mattino di novembre del 1982 on cui questa storia ha inizio, a Uppsala, aveva già sessantacinque anni. Dormiva in un letto che un tempo era stato doppio e matrimoniale. Adesso era singolo, e con lenzuola mal lavate. Vecchi giornali e qualche bottiglia vuota giacevano sparsi qua e là sul pavimento, in un angolo c’era ancora il vecchio tappeto nero pieno di peli dove usava dormire il cane.

    La giornata incominciò nell’unico modo possibile: l’erba già morsa dalla prima gelata, il cane sparito da giorni, tutto vago e incerto, la sua vita più di ogni altra cosa. Il guardino in disordine, l’aspetto dissestato. La casa era vecchia, di un legno che un tempo era stato verde, diventato ora di un azzurro quasi grigio e scrostato. Stanchi rami di vecchi meli pesanti pendevano minacciosi sopra la veranda marcia. Il giardino era un affastellato, confuso monumento a tutte le opere della sua vita. E qualcuno avrebbe forse detto: ai fallimenti.

 

Tradizione di Carmen Giorgetti Cima

Da Il pomeriggio di un piastrellista, Iperborea 1992


venerdì 3 novembre 2023

Lars Gustafsson

 Ci sono libri nei quali ci si perde, nei quali si entra per perdersi, perché non si vuole più uscirne. Sono quelli che indagano l’anima o il mistero di sé. 

Di ognuno di questi libri offro solo l’incipit, ovvero il primo, o i primi paragrafi; di qualcuno, l’ultimo o gli ultimi, ovvero l’explicit. Spero, per voi che leggerete, che servano d’invito a perdervi in essi.

Posso citarne molti (ovvero, posso citare alcuni di quelli nei quali mi sono perso io, perché forse ognuno ha i suoi). Dopo quelli della settimana scorsa, eccone altri due dello stesso autore:


PREPARATIVI DI FUGA

Alle sette il crepuscolo cala di colpo, come un temporale. I lampioni si accendono e una violenta ventata rovescia un cartellone pubblicitario e fa sbattere la finestra.

    Il cavatappi d’ottone vola sul tavolo e graffia la preziosa superficie di mogano lucidato, le tubature gorgogliano, le tende svolazzano e una signora lascia la stanza.

   È livida di rabbia. Sbatte la porta e il colpo secco e violento contro gli stipiti rimbomba nella casa come un’esplosione.

    La donna dimentica i suoi guanti bianchi sul tavolo. Gettiamoli nella stufa di maiolica che rumoreggia per colpa del vento e del fuoco; bruciamoli! Gli sportelli dal caldo colore d’ottone strepitano per l’impetuoso tiraggio e i guanti carbonizzati veleggiano come grandi fiocchi di neve neri su per la canna fumaria.

Traduzione di Carmen Giorgetti Cima

Da Preparativi di fuga, Iperborea, 1991


mercoledì 1 novembre 2023

Lars Gustafsson

 Ci sono libri nei quali ci si perde, nei quali si entra per perdersi, perché non si vuole più uscirne. Sono quelli che indagano l’anima o il mistero di sé. 

Di ognuno di questi libri offro solo l’incipit, ovvero il primo, o i primi paragrafi; di qualcuno, l’ultimo o gli ultimi, ovvero l’explicit. Spero, per voi che leggerete, che servano d’invito a perdervi in essi.

Posso citarne molti (ovvero, posso citare alcuni di quelli nei quali mi sono perso io, perché forse ognuno ha i suoi). Dopo quelli della settimana scorsa, eccone altri tre dello stesso autore:


MORTE DI UN APICULTORE


La luce del sole non era ancora penetrata nel crepaccio. Uno scricciolo mi destò con la sua voce acuta e cristallina. Faceva un freddo pungente. Sguscia fuori dal sacco a pelo, recuperai al buio le scarpe e annaspando mi liberai della zanzariera.

    Proprio mentre uscivo all’aperto, i primi raggi del sole, taglienti come lame, superavano le creste delle montagne a oriente. Alzai gli occhi socchiusi verso i contorni maestosi e opprimenti del Casa Grande.

    La luce immensa che ora si faceva strada sopra le cime conferiva all’enorme e compatta parete rocciosa l’aspetto di una fortezza sinistra, più possente di quelle costruite dall’uomo, una fortificazione per angeli o demoni che tutte le guarnigioni avevano già abbandonato.

    Quando poi la luce avanzò ulteriormente e poté giocare libera contro la parete opposta, quella occidentale, i ritti pilastri solitari nelle formazioni di arenaria si trasformarono in canne d’organo, un organo di luce, in cui vibravano tutti i colori rossastri della roccia.

    E ora, attraverso la finestra semiaperta che si scuote sui suoi cardini, udiamo che sono le sette.

 

Traduzione di Carmen Giorgetti Cima

Da Morte di un apicultore, Iperborea, 1989