venerdì 17 agosto 2018

Pascal D'Angelo


NEL VERDE CUPO DELL’ESTATE

Nel verde cupo dell’estate
I binari sono come le corde di una cetra
che luccicano oltre la valle incantata,
E la strada li taglia come un baleno lampeggiante.
Ma le anime dei tanti che s’affrettano come musica
che vaga tra le fibre del cuore della valle,
Sono incerte e tempestose;
E l’anima di un ragazzo di campagna
che arranca fischiettando sulla strada lampeggiante
È un cielo d’azzurro luminoso.


Traduzione di Luigi Fontanella


mercoledì 15 agosto 2018

Robinson Jeffers


VACANZE ESTIVE

Quando il sole urla e la gente pullula
Si ripensa all’età della pietra, del bronzo,
All’età del ferro; ferro metallo instabile;
Acciaio tratto dal ferro, cedevole come la madre;
                                                                     / le torreggianti città
Saranno macchie di ruggine su cumoli di stucco.
Per qualche tempo nessuna radice li perforerà, poi
                                                         / la pioggia benigna sanando
Cancellerà ogni traccia dell’età del ferro
E di queste masse: qualche tibia, qualche poesia
Conficcata nel pensiero del mondo, cocci di vetro
Tra cumoli di rifiuti, e lontano sui monti una diga di                                                                                                           / cemento...


Traduzione di Mary de Rachewiltz

da La bipenne e altre poesie, Guanda, 1969


lunedì 13 agosto 2018

Francesco Dalessandro


FIGURE DI NOTABILI

Che sera è questa d’inverno
dal torbido imbrunire
con immagini d’acqua
e figure imprecise,
grigie sotto gli ombrelli!
Se ci guardiamo allo specchio,
se cerchiamo nella memoria
non troviamo che partenze
e arrivi nessuno;
troviamo segreti risvegli
che donano ricordi
ma nessuna certezza,
oltre un grido nel sonno.
Ci consumiamo in una muta attesa.
Che cosa ci distolse dal capire?

Se potessimo ancora dissipare
i nostri giorni
e di ciò non curarci;
se potessimo ancora
lasciare che la vita
ci scorra tra le dita come sabbia,
ora che un attimo
non ha più la durata dell’eterno
ma lo spessore di un vetro…
Usciamo a smarrirci
nella nebbia (un giornale
non letto tra le mani).
Un motivo di voci ci insegue
fino in strada. Lunghi fari
ci abbagliano. Il cauto morire
di qualcosa
dietro di noi, un’insegna
o un ricordo, ora colma
l’attesa…
Ma cosa ci distolse dal capire?

(inedita)



venerdì 10 agosto 2018

Domenico Adriano


L’ANTICA PAROLA

*

Ricordo qui Marcello
Landi poeta del ’16, amato
da Luzi e Baldacci,
Bilenchi e Betocchi, le nostre
passeggiate per Testaccio fino
alla tomba di Keats, le parole
di cui si innamorava
che masticava a lungo nella bocca.

Come quella volta quando incontrammo
la giovane Fiammetta,
e il giorno dopo mi portò una poesia
dove tra sassi e salti
l’antica parola andava a incarnarsi.

*

Oggi a me la parola
l’ha regalata la mia
amata, mi ha sussurrato
stavamo coricati
un poco addormentati
«tu per me ci sei,
nelle maglie del tempo
per me tu ci sei sempre».

*

Per dire a lei come
mi sono innamorato
le dico grazie delle maglie                                                                
che mi ha prestato.
Stamattina mi ci sono
affacciato dentro le maglie,
in fondo al tempo che non è immobile
ho incontrato mia nonna
mi sono pacificato.
Come se avessi ritrovato
l’altro suo proverbio che mi colpì
con il quale volevo fare
una poesia, ma così preso
dal suo bene subito dimenticai.

(inedita)


mercoledì 8 agosto 2018

Lois Pereiro


TRISTEMENTE CONVIVO CON LA TUA ASSENZA

Tristemente convivo con la tua assenza
sopravvivo alla distanza che ci nega
mentre costeggio il confine fra due mondi
senza decidere quale possa darmi
la calma che da me esigo per amarti
senza soffrire per la tua indifferenza
alla mia ritirata preventiva
da una battaglia che già so perduta
risoluto a non entrare mai più in te
ma non alla tortura di evitarti.

Luglio ’95



Traduzione di Marco Paone

da Poesia ultima di amore e malattia, aguaplano, 2017

lunedì 6 agosto 2018

Carlo Alberto Parmeggiani


UN VIZIO, GOFFAMENTE


E un vento salmastro ci portava
lo scampanìo pasquale del villaggio
                                                                              A. Achmatova

Un vizio, goffamente, mi importuna
che è quello di non darti la mano
se a passeggio ci osserva qualcheduno.

Altrettanto malamente mi importuna
il fatto di pensare se la fine
arriverà di schianto o piano piano,
se avremo il tempo di dirci quell’amore
che il pudore ci ha imposto di tacere.


da Inoj, di Berath Udarnik (inedita)

venerdì 3 agosto 2018

Juan Ruiz


DA KEATS

                          (30 luglio, pomeriggio: ti lascio il desiderio)

Come posso allontanarne il ricordo
dagli occhi che l’hanno appena avuta
la mia musa splendente? 
Come posso cancellarne la scia
di cenere e brace dalle dita?
Anche il tatto ha memoria.
Come ucciderla in me per liberarmi
e liberato tornare alla vecchia
libertà, quando ormai la bellezza
più non mi prendeva non mi 
catturava e la musa non aveva
più ali perché povera e incompresa
non sapeva più volare?
Come spegnere il mio desiderio
che vuole amarla piegando
la sua forza intellettuale e per me
divina? Io come posso
dimenticarla? Non è più filosofo
l’uccello del mare che col vento
sfiora l’onda, dove l’acqua geme?


(inedita)

mercoledì 1 agosto 2018

Francesco Dalessandro


ALLA LUNA MONTANINA

                                               «Èsso la luna che a mi m’è sorella»

Èssote, luna. Com’é bianca e pina!
Te raffacci masséra dalli scogli
élle Monache e sagli sulla schina
élla Séola brillènno sulle foglie:

la luce le fa trema sulli rami
(soscì tremo ji pure). Èsso, è calmata
pure l’aria, èsso mó senti li cani
che allùccanu squietati dalle prata.

Ji pure òglio cantatte dalli sassi
nnanzi a casa a guardatte pennoluni
soscì bianca e serina che repassi
su-lli malanni e le benedizziuni

de chi già òrme, fin’a omammatina
finacché a pontejornu te scancella
lu primu sòle e che, ncima a Cascina,
resbianchi e te-nne móri (però é bella

pure loscì, pallida e senza stelle
a fatte da coruna). So remastu
solu a etétte brillà co-lle nnennélle
nturnu e allumà co esse dall’occittu

ella notte lu Termene che, casa
pe ccasa, à spente le finestre. Zittu
e nfreddolitu penzo a na nottata
de quann’era quatranu e a nu nocittu

(saglitu pe sentì la serenata
alli spusi spusati quilu jornu),
come jenotte ia, t’édde nfrascata
nmezz’a-lli primi rami e ncapusturnu

me fece cascà nterra, loco sottu.
Ma me rerizzé subbitu e «Vaglió,
vaglió, la luna!» urlé fore e quil’ortu
«S’è mpicciata a-llu noce de Croció!

Tenate corre, sta nmezz’alle foglie,
bianca come nlenzolu. Se non jete
a liberalla ù, non se po’ scioglie!».
Ma niciunu me é retta. «Que aspettete?»

ji piagnenno allucchéa. «Figliu, que è sortu?»
ìsse nonna. «La luna? Guarda mbó,
non l’iti quant’è àota sopra all’ortu?
E come rìe! Che è bella, lo iti mó?

Polita come una e quele agnella
che stau rechiuse ne-llu Pascularu.
Come a jornu lu sòle, è la lucella
che te schiara la ia quanno fa scuru,

e quanno te bbà a cóleca e lu sonnu
te fa chiùe l’occhi essa li sogni bélli
e santi te-lli porta...». È quaci jornu
e me règgio appiccatu alli capilli

come quela lontana sera e maggiu.
Te guardo, luna mé, come nquil’ora
mbracci’a nonna, refattume coraggiu,
nnocente e nnamoratu, ma m’accora

eté ncim’a-lle Piai che li bastuni
chiamanu già lu sòle e a ti che sbianchi
e che scompari arrète alli macchiuni
abbruciati e alli sassi, sulli fianchi

sicchi e Castellu, versu Palarzanu,
come nfantasma nmezz’a-lla foschia
che dallo bassu s’àosa pianu pianu
e allu sòle essa pure scappa via.

(poesia inedita nel dialetto di Cagnano Amiterno)


ALLA LUNA MONTANINA


                                                  «Ecco la luna mia sorella»

Eccoti, luna. Come sei bianca e piena!
Ti riaffacci stasera dagli scogli
delle Monache e sali sulla schiena
della Séola brillando sulle foglie:

la luce le fa tremare sopra i rami
(e così tremo anch’io). Ecco, s’è calmata
anche l’aria, ecco adesso senti i cani
che ululano inquieti dai prati.

Anch’io voglio cantarti dai sassi
davanti casa, vedendoti sospesa,
così bianca e serena, che ripassi
sopra i malanni e le benedizioni

di chi già dorme, fino a domattina,
fin quando rifà giorno e ti cancella
il primo sole e che, sopra Cascina,
risbianchi e muori (ma come sei bella

pure così, pallida e senza stelle
a farti da corona!). Son rimasto
solo a vederti brillare con le sorelle
intorno e a fare luce dalla botola

della notte su Termine che, casa
per casa, ha spento le finestre. Zitto
e infreddolito penso ad una notte
di quand’ero ragazzo e ad un noce

(salito ad ascoltare la serenata
agli sposi sposati quel mattino)
come stanotte viva, ti vidi infrascata
in mezzo ai primi rami e una vertigine

mi fece cadere a terra, là sotto.
Ma presto mi rialzai e «Ragazzi,
ragazzi, la luna!», urlai fuori dall’orto.
« S’è impigliata al noce di Croció!

Dovete correre, sta in mezzo alle foglie
bianca come un lenzuolo. Se non andate
a liberarla voi non si può sciogliere!».
Non mi diedero retta. «Che aspettate?»

Nessuno mi diede retta. «Figlio, che è successo?»
disse mia nonna. «La luna? Ma guarda,
la vedi quant’è alta sopra l’orto?
E come ride! Vedi com’è bella?

Pulita come una di quelle agnelle
che stanno rinchiuse nel Pascolatoio.
Come di giorno il sole, è il lumicino
che illumina la via quando fa buio

e quando vai a letto e il sonno
ti chiude gli occhi lei i sogni belli
e santi te li porta...». È quasi giorno
ed io mi reggo appeso pei capelli

come quella lontana sera di maggio.
Ti guardo, luna mia, come in quell’ora
in braccio a nonna, ritrovato il coraggio,
innocente e innamorato, ma mi accora

vedere sulle Piai che “i bastoni”
già chiamano il sole e tu che impallidisci
e che scompari dietro le macchie
bruciate e dietro i sassi, sui fianchi

secchi di Castello, verso Palarzano,
come un fantasma in mezzo alla foschia
che dal basso s’alza piano piano
e che davanti al sole scappa via.