venerdì 30 marzo 2012

Francesco Dalessandro

COMPLEANNO

uno sperpero di luce alle finestre                                            
aperte: l’alba, il chiarore nella stanza
più interna della casa si fa ombra
devota: ristoro al risveglio, prolunga
il torpore dona calore i sensi 
già svegliandosi fervidi al risorto 
affanno della colpa del pensiero,
pungolo al nuovo giorno poi che l’ora
beata e casta di perdizione e perdono
svanirà presto nel pigro e sensuale 
prolungarsi di raggi fra tagli di persiane 
scolorite, svolta rapida al mattino 
in cui forma diversa potrà avere forse 
la vita, non atteso e non temuto giorno 
in cui migliore sembrerà l’avvenire, 
svettante fiamma cremisi di speranza 
e rimpianto –
                             pietà, pietà dell’ora, dèi
generosi e famigliari protettori
del compleanno, pietà del tempo e dei
miei passi drogati di sonno, sia pace 
in questo giorno dell’anno 
in cui l’amore non è eccesso ma fiorito 
tabernacolo e vacanza 
                                             se in tanta 
derelizione mattutina appiglio 
di fede non c’è, né pentimento 
che possa sacrificare ai quarantuno 
anni di passione e morte, né cuore 
o fiore da acquistare o conquistare 
col solo merito di sguardi innamorati,
né giunto il tempo che su pascoli 
amari ci strina la passione, tormento 
dei sensi, potrò scegliere l’amore 
che l’illusa speranza del sole 
marzolino, estremo inganno, ai vetri 
impolverati regala, se domani aprile
acqua sul fuoco getterà invernale
tornerà l’aria o l’umor nero i freschi
e nubilosi giorni opprimerà 


da L’osservatorio, Moretti & Vitali, 2011

mercoledì 28 marzo 2012

Alessandro Ricci


IL VIAGGIO DA OVINDOLI AD ALESSANDRIA


Tre rossi cavalli nella
neve fumanti, borghetti
di pietra vizza, boschi
macri, punti greti, la
velocità frusciante del
pullman, i pali.
Un roseto ineguale uncina
nel diluvio i varchi e
reca finito il
giorno
in questa valle
che vi consente.
                              Sto
con te, più che vicino
nell’ora restante,
parlando di Mala Strana.

«Il Mediterraneo ad Alessandria
è viola e le palme rifanno il
vento del giorno prima
nell’altissima cima.
                                  Lassù
mare e deserto sono gli idoli
del cormorano, cui pesci e
locuste largiscono uomini
neri e piroscafi ardenti
nella foschia della rada.

Parole così dicevo al
lungomare fra le due e
le quattro, eternamente
solo con la matita e la
voce, declamando i versi
scritti in quei mesi
sui sedili bianchi
di pietra, mentr’ero
giovane.
                 Un giorno
l’attesa di ascolto ebbe la
risposta d’un arabo,
che aveva numerato
i miei graffiti fino al nido
delle mitraglie, dove soldati
gialli sfinivano nella sabbia.

Era per loro guerra e per me
la fine della passeggiata ch’era
stata forse la vita.

                                  Poi fu
un tramonto bellissimo, colmo
di odori, di voli bianchi che si
perdevano nell’azzurro, d’una sera
facile quanto morire, di
speranze volte in memorie, una
ad una come le luci
che s’accendevano sui minareti,
sui grandi alberghi, nel cielo
blu, e quelle erano
stelle».

Le parole che non rivelo
parlandoti, poiché questo
è alla fine, sono
di un altro viaggio, sono
quei vecchi versi, molti
dell’andata, pochissimi
del ritorno.

Ad Alessandria ci sono tornato,
rare volte ma in altri
luoghi, e sempre con la
voce negli occhi.
Per qualche attimo uno
specchio, un’eco che
non s’aspettava di me,
m’hanno aspettato.

Tu non puoi dirmi che il
sole in Africa non cala
presto, non puoi parlarmi
di una giornata che non
finisce, solo perch’io
vorrei credervi. Né puoi
guardarmi piegando la
testa da sotto in su, per
cercare lo sguardo
di un uomo cieco,
a cui basta a
finire il suono spietato
d’un motore che l’allontana.

È tardi. Vorrei toccarti,
si fa silenzio.

Poi torna la pazienza del
cittadino, la normalità della
carne che invecchia e non
si distingue, il poco prezzo
che adesso pagheresti
perché non sparisca dal
posto, come già sta
facendo.

T’ho guardato i capelli
come una cosa impossibile,
non ho mai scritto una
poesia d’amore,
questo è il mare che
s’esalava nella notte,
prima che la
prua della mia
nave in partenza
l’incidesse in solchi,
flutti, scie, infine
crespe leggere, andate a
perdersi fra gli ormeggi,
scivolando morbidamente
a riva, dove
cantavano i marinai,
sotto i fanaletti
colorati dei bar,
con la musica
nel bicchiere.


Inedita

lunedì 26 marzo 2012

Bruna Giacomi


RASOIATA AL CASTELLO


                                                                  a Sandro, amico


Finalmente il caldo e
l’estate, giunta anche quest’anno
in ritardo, dopo un inverno riluttante
e una primavera beffarda con piovaschi
improvvisi e insufficienti alla lunga
siccità e al cuore.


È questa la stagione
che misura il mio tempo: nelle strette
ore di tregua ricordo sempre – e
non c’è scampo
sempre – le mie estati anoressiche di scolara,
lunghe e chiarissime di tigli,
quando speravo che il
dolore – crescendo – sarebbe scomparso.
Invece s’affina.


Poi quanto poco ne
sfumi, nelle ultime
sere, al fuoco
di stoppie nei campi
potresti saperlo bruciando
anche le ore domate una
con l’altra in una stagione folle
per assenza d’amore.


Dici che parlo troppo
d’amore, ma se è
questo che ci ha uccisi:
amore
per quanto sia, per un’idea,
per il cane, il padre, per
l’altro – da sé.


E non contano i baci, né
il mio corpo sottomesso a un
altro, se d’amore non parlo.
Ci si tace.
E tutto ci ferisce 
nonostante ben lucida sia
la corazza, guerrieri sconfitti
da una netta rasoiata al castello.


(inedita)


Bruna Giacomi, romana, è stata segretaria di redazione della rivista «Arsenale», dalla fondazione e per tutta la sua durata. Là, sul n. 2, nell’ormai lontano 1985, pubblicò alcune poesie (qualcun’altra era uscita su «Materia»). Sono le sue uniche pubblicazioni. Non vanta libri. Quindici poesie uscirono sul blog “Via delle belle donne” il 15 settembre 2008. Questa poesia è dedicata a Alessandro Ricci: domani saranno otto anni che ci avrà lasciati.

venerdì 23 marzo 2012

Alessandro Peregalli


LA VITA DEL POETA


Faticosa è la vita del poeta: si alza la mattina
e i brandelli del sonno tendono a fondersi per lui
in vivide immagini diurne. Camminando verso l’ufficio,
galleggia su queste nuvole argentee tra i raggi obliqui del sole
finché si siede alla scrivania. Poi la meccanica delle consuetudini
(le frasi note, le carte) lo prende e lo porta a sera.
Allora i coaguli argentei, già indorati dal sole,
son diventati rossi e sfocati e tenerli insieme
è difficile: e di uno sforzo non è più capace.
Allora se non v’è altro impegno
d’amici o di parenti già da tempo fissato,
forse immagini d’altro genere dolci e più impellenti
salgono dal profondo... E deve accantonare lo scrivere
per fare all’amore!


Da La cronaca. Poema 1939-1982, Il Saggiatore, 2003

mercoledì 21 marzo 2012

Pietro Cimatti


DUE VOCI E CORO


Prima voce
Il mio corpo avanza verso la morte – 
Sa cosa non voglio sapere – Nessuna 
notte ancora era pronta, e non sono forte
così da farla entrare, come ora la luna
entra dalla finestra torturata


Seconda voce
Il mio spirito avanza verso la morte – 
Sa cosa il corpo non vuol sapere – Nessuna
donna era l’ultima ancora, e nessuna forte
così da farmi morire, come ora la luna
muore dietro la nuvola acciecata


Le due voci
Il mio corpo, il mio spirito sanno
cosa non vorranno mai sapere – 
corpo mai vivo, spirito mai morto,
percorro inverni come primavere,
mi nascondo nel fondo delle notti
come il bambino mai vivo e mai morto
si ricopriva di tutto il suo letto
e aveva più sonno che terrore – 
ma aveva già allora imparato a mentire
ma aveva già allora imparato a morire


Coro silenzioso
Nascere è restare solo con se stesso – 
Morire non è immediatezza, né sentire,
Ma un pensare riflesso, che torna in se stesso
Da dove è nato, sempre, per morire – 
Nascere è naturale, morire è se stesso – 
Il luogo, l’ora, il modo sono formalità


(27.3.77)

Da Stanze sulla polveriera, Rusconi, 1978

lunedì 19 marzo 2012

Luigi Fenga


PIAZZA DELLA VITTORIA


Giù per la scalinata,
di sera, era settembre,
il sole spogliava di luce le aiole dell’esedra,
tu ricordavi i versi del triste Mimnermo
“noi siamo come le foglie che la fiorita
stagione di primavera genera”,
ma che gioia
la tua gonna al vento, che fiori rossi
mentre le nubi correvano verso la notte,
frusciavano nei tuoi occhi petali freschi, 
io ero pieno di colori, avrei voluto cielo
più cielo per gridare,
che importa se i versi
di Mimnermo sono veri, se qui, se ora
sono felice come se la vita degli uomini
durasse per sempre, in eterno,
ma quanti
anni fa, o l’anno scorso, o mai, noi giù
per la scalinata, di sera, nel sole che muore.


da Le amorose fiamme, S. Marco dei Giustiniani, Genova, 1999

venerdì 16 marzo 2012

Vittorio Bodini



CANZONE PER UNA SEDICENNE


Una bara di cioccolato e argento
navigava nel clandestino meriggio
delle tue gambe sedicenni così fragili
mentre celati nei fossi nelle verdi macerie
il rospo, la scarpa vecchia, il barattolo vuoto
aspettano le Pleiadi per gracidare.
Con l’oro debole dei datteri acerbi
la vergine che sa di avere i giorni contati
sfidava il volo dei falchi che planano senza preda
sulle cave di pietra o l'umido muso
degli aranci nell’orto,
ma le sue gambe rimanevano in una
infanzia di altalene e di draghi.


Non era un’arpa, era solo
un’altalena senza suono
con tutto il vuoto di te.


Quanti velieri possono uscire da un sorriso!
Quanti sogni da un paio d’occhi
che a un tratto chinati sui tuoi ne scacciano il cielo
non come il bimbo che si tira il berretto
di lana rossa sugli occhi
ma come l'annegato immobile sul fondo
che si vede passare sulla faccia
le aragoste solenni e senza peso.


Scopri i letti degli uomini, le bianche lenzuola
credile neve improvvisa
venuta giù da immaginari monti.
Ma nessuno, nessuno custodirà il tuo lungo passo credulo
di trampoliere con le ansiose conchiglie
del tuo cuore o il sospiro della canna
che si spezza nel vento. E i fili d’erba secca
che s’impigliarono sul dorso d’un pullover azzurro o ciclamino
diventeranno bianche sagome d’un tirassegno
che delicatamente si portano la mano al cuore ferito
per valutare il tiro.


Non era un’arpa, era una dolce caviglia
che vede per la prima volta il cielo.


Da Tutte le poesie, Besa, 2010

mercoledì 14 marzo 2012

Dionisia García




PASSEGGIATA NASCOSTA


Si ode il cuculo tra gli alberi secchi;
il suo canto di vuoto ci risuona
finché giungiamo sulla via soleggiata.
Si unisce la routine al nostro passo,
e respiriamo l’aria meno sporca,
con addii perduti e alcuni volti
senza vita ospitati nel ricordo.


Cominciato già marzo e il suo tepore,
si schiudono le gemme sopra i rami
e il fumo vegetale si dilegua
davanti ai nostri occhi tardi, pigri.


Al ritorno, tre uomini in ginocchio
tenevano chinati i loro corpi,
sotto una grande acacia polverosa.
Chi sta pregando ha la pelle scura
e ha portato il suo dio tra la fretta.


Esce il sole e tra gli alberi si cela.
Torna il cuculo e l’eco sua insistente.
Sarà tutto lo stesso in altri anni.
Ciò a cui ora si assiste è già dimenticanza.


Traduzione di Emilio Coco
da Poeti spagnoli contemporanei, Edizioni dell’Orso, 2008

lunedì 12 marzo 2012

Tommaso Lisi


IN QUESTI GIORNI DI MARZO

In questi giorni di marzo
mio padre torna ragazzo.
Sale in soffitta, gira per le stanze,
rovista sottoscale e ripostigli
alla ricerca affannosa
e disperata di non sa che cosa.
Come un animale dal letargo
mio padre in questi giorni
esce dalla sua vecchia età.
Le rughe gli si spianano, non ha
più bisogno d’occhiali,
il suo bastone è come un ramo fiorito
con tanta leggerezza lo porta.
Mia madre (pure è da tanto che ne sopporta
questi bruschi ritorni giovanili
scandalizzata e felice) sbalordisce
davanti a certe sue imprevedibili uscite
e si chiede se ancora non lo conosce.
Non vuole rassegnarsi, benedetta,
ad avere un marito
in meno e un figlio in più.
E mentre traffica in cucina
sussulta a una voce che le viene
dalla strada, dal fondo del cuore:
quel nuovo figlio discute col più grande
e vuole avere per forza ragione.
Scandalizzata e felice
fa di no con la testa ma dice
con tutta se stessa di sì:
prega e spera che sia sempre così.

Da Liturgia familiare, Rebellato, 1969


venerdì 9 marzo 2012

Marco Caporali


LETTERA DA CASPERIA


Avevi in corpo la vita
e non avevi abbastanza forza da conservarla.
Non ci sarebbero stati
neppure i passi stenti
né il fiato liberato da una maschera.
Hanno cambiato la disposizione della nostra stanza.
Non resta nulla di quel lato in ombra
da cui si torna alla luce del sole.
Troppo concedevi di te durante il giorno
per non ritrarti al buio in una tua dimora
inaccessibile. Eravamo concordi
a separarci la notte alle porte
perché non entrassero stranieri a disfarci.
Resta comunque indelebile l’impronta del tuo corpo in queste 
                                                                                       /mura,
il calco dove imprimere la forma della tua mancanza.


Da Alla fine del solco, Empiria, 2007

mercoledì 7 marzo 2012

Samuel Taylor Coleridge


ALLA LUNA D’AUTUNNO


Mite splendore della multiforme Notte,
madre di sfrenate visioni, salve!                                                      
Ti guardo scivolare col fioco chiarore 
del tuo occhio che riluce tra soffici veli,   
o quando in alto persa ami nascondere
il pallido globo in un sudario di buio,                 
o dardeggi da nubi strappate dal vento
il raggio sereno sul cielo che si desta.                                             
Ah, così la Speranza è mutevole e bella!
Che spunti incerta su malinconiche viste                             
o nascosta dietro il drago alato Disperazione, 
con raggiante potenza subito rinata
sul grembo offuscato dolente della Cura 
veleggia, come meteora ardente in volo.                      


Traduzione di Francesco Dalessandro


Da The Works of Samuel Taylor Coleridge, Prose and Verse, Etc., British Library, Historical Print Editions, 2011

lunedì 5 marzo 2012

Gerard Manley Hopkins



IL SORGERE DELLA LUNA
19 giugno 1876

Mi svegliai in una notte da non dirsi, / di mezza estate, nel candore e cammino
del mattino: la luna, piccola e sottile / come bordo d’unghia a un lume di candela,
o scorza di frutto paradisiaco, vaniente, / velata ma incantevole, dal suo posto
s’avviò, sollevandosi dal carro del fosco / monte Maenefa; una cuspide la teneva
ancora agganciata, una punta l’inchiodava, / l’impigliava, trattenendola ancora.
Questa fu la visione preziosa, desiderabile, / imprevista, semplicemente offerta,
come foglia da foglia mi spartì, mi divise, / come palpebra da palpebra di sonno.



Traduzione di Francesco Dalessandro



da The Poems of Gerard Manley Hopkins, Oxford University Press, 1970

venerdì 2 marzo 2012

Luigi Amendola


UN ANNO LETTERARIO?
(marzo 1986 – marzo 1987)


Primavera

Prima vera mia nascita
il
Carteggio del rancore
esce nella latitanza degli affetti,
ma sono un “esordiente di talento”
scrive Pomilio, mio maestro,
e guardo nelle lacrime
il narciso riflesso.


Estate

Inaspettato premio Montale
attraversa luminoso la calura
in ritardo sugli anni la novella
di Maria Luisa Spaziani il telegramma.
Consumo la stagione in un millennio
col diario che fugge...
di Marco Lodoli, già un classico.


Autunno

Pavento l’iscrizione a Lettere
per quell’ansia di regole
che m’inchioda a scrivere
e trovo con i testi gli accademici
dai nomi circoscritti, casta
di reprobi, fantasmi del sapere
sempre più rarefatti e genuflessi.


Inverno

Inverno dello scrivere nemico
ci ha insegnato Beppe
vero poeta fra tanti dubbi Vati.
L’ultima volta vivo
in cerca di lavoro alla stazione
termini di confronto
io, lui e Francesco Dalessandro:
estremo guado i mercati della frutta.
— Non ne ho la forza — mi rispose quieto
e già più vasta era la sua assenza.


Primavera

Torna indietro il tempo
ed è nuova mente ad Orione
di fili tenui di calendula
e greppie gonfie di zeffiri;
ecco gli affanni, le mutilate lodi
d’uomo ancorché poeta
vieto a navigare asfodeli
che mena fendenti di bardana
al drago furente
della sua linfa malata.

Dalla raccolta inedita Acquedotto Felice