mercoledì 8 maggio 2013

Francesco Dalessandro


IL RISVEGLIO

                                                            a Dora, per il suo compleanno

Il sonno si smarrisce sulla soglia
trasparente dell’alba, si risveglia 
un altro giorno al rumore feriale
del traffico arrembante sulla nera
curva che falcia il parco dove i cani
si rincorrono liberi, al frastuono
dei clacson impazienti, delle voci
invadenti che imprecano e disturbano
dalla strada o dal parco, dei richiami
delle cornacchie tra i rami dei pini,
del chioccolio della badante slava
che aiuta la padrona e l’accompagna
in bagno o che si lava, col contorno
dei soliti rumori: l’acqua aperta,
il ticchettio dei suoi tacchi sonori,
il trillo della sveglia, poi lo squillo 
del telefono, il «pronto!», quel vocio
stridulo, mentre in alto gli operai 
salgono sui ponteggi, ecco ripreso 
il lavoro, ora penso. 
                                         Ma non apro 
ancora gli occhi, m’avvicino sfioro
il suo fianco col fianco la sua gamba
con la mia: basta questo, trascolora 
la notte in un mattino d’esiliata
solitudine ed ore tutte d’oro
s’annunciano agli occhi assonnati
se aprendosi a un sereno senza nubi
e pioggia avrà il celeste sole e aria
pungente per accoglierci se uscendo
insieme andremo per le strade, lenti
i suoi passi nel fulgore di vetrine
e specchi (ma che cosa, dio del vento,
sussurrerai all’orecchio della nube 
che come un bianco otre verserà
lacrime di dolore o di dispetto
sul parco sulla strada sul giardino
quando nel pomeriggio cibo e amore 
avremo consumato e sarà presto
e sarà tardi per il sonno?). 
                                                    Intanto
il traffico si acquieta e dalla strada
tace il rumore, l’eco delle voci  
degli operai dai ponti s’allontana,
la donna slava è uscita, nel silenzio
che piove in casa m’alzo: lei è sveglia
ma chiusa come un pugno in mezzo al letto
indugia nel tepore: ha freddo? ha ancora 
voglia di sonno. So quel che dirà
appena alzata: «no, non ho dormito
neanche un’ora stanotte, solo all’alba
ho preso sonno… ma poi quei rumori
feroci, assurdi!» 
                                    L’ansa di silenzio
s’è schiusa presto ed è ripreso cupo 
l’andare consueto e assonnato
del traffico feriale: ah, ma se invece
improduttive saliranno le ore 
di questo giorno di febbraio freddo
ma chiaro e lasceranno ansia e salive
arse nei tuoi pensieri, solo in lei
spera per la salvezza, solo lei
avrai che accenda il fuoco nel tuo petto
e il suo respiro per tenerlo vivo  
ancora e ancora…, penso. 
                                                   Ora il mattino
nasce con questa fede e questo coro
profano di rumori che accerchia
la casa e il risveglio mettendo 
ansia nell’aria azzurra che rischiara
dolcemente la stanza e nei suoi occhi
ancora chiusi al saluto del giorno.

Da Ore dorate, Il Labirinto, 2008

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