mercoledì 18 aprile 2012

Attilio Bertolucci


VERSO CASAROLA


Lasciate che m’incammini per la strada in salita
e al primo batticuore mi volga,
già da stanchezza e gioia esaltato ed oppresso,
a guardare le valli azzurre per la lontananza,
azzurre le valli e gli anni
che spazio e tempo distanziano.
Così a una curva, vicina
tanto che la frescura dei fitti noccioli e d’un’acqua
pullulante perenne nel cavo gomito d’ombra
giunge sin qui dove sole e aria baciano la fronte le mani
di chi ha saputo vincere la tentazione al riposo,
io veda la compagnia sbucare e meravigliarsi di tutto
con l’inquieta speranza dei migratori e dei profughi
scoccando nel cielo il mezzogiorno montano
del 9 settembre ’43. Oh, campane
di Montebello Belasola Villula Agna ignare,
stordite noi che camminiamo in fuga
mentre immobili guardano da destra e da sinistra
più in alto più in basso nel faticato appennino
dell’aratura quelli cui toccherà pagare
anche per noi insolventi,
ma ora pacificamente lasciano splendere il vomere
a solco incompiuto, asciugare il sudore, arrestarsi
il tempo per speculare sul fatto
che un padre e una madre giovani un bambino e una serva
s’arrampicano svelti, villeggianti fuori stagione
(o gentile inganno ottico del caldo mezzodì),
verso Casarola ricca d’asini di castagni e di sassi.


Potessero ascoltare, questi che non sanno ancora nulla,
noi che parliamo, rimasti un po’ indietro,
perdutisi la ragazza e il bambino più sù in un trionfo
inviolato di more ritardatarie e dolcissime,
potessi io, separato da quel giovane
intrepido consiglio di famiglia in cammino,
tenuto dopo aver deciso già tutto, tutto gettato nel piatto
della bilancia con santo senso del giusto,
oggi che nell’orecchio invecchiato e smagrito mi romba
il vuoto di questi anni buttati via. Perché,
chi meglio di un uomo e di una donna in età
di amarsi e amare il frutto dell’amore,
avrebbe potuto scegliere, maturando quel caldo
e troppo calmo giorno di settembre, la strada
per la salvezza dell’anima e del corpo congiunti
strettamente come sposa e sposo nell’abbraccio?
Scende, o sale, verso casa dai campi
gente di Montebello prima, poi di Belasola, assorta
in un lento pensiero, e già la compagnia fotestiera
s’è ricomposta, appare impicciolita più in alto
finché l’inghiotte la bocca fresca d’un bosco
di cerri: là
c'è una fontana fresca nel ricordo
di chi guida e ha deciso
una sosta nell’ombra sino a quando i rondoni
irromperanno nel cielo che fu delle allodole. Allora
sarà tempo di caricare il figlio in cima alle spalle,
che all’uscita del folto veda con meraviglia
mischiarsi fumo e stelle su Casarola raggiunta.


Da Viaggio d’inverno, Garzanti, 1971

2 commenti:

  1. Carmelo Pirrera24 giugno 2012 12:21

    Bella poesia, giocata tra presente e ricordo fusi in un'unica fiamma di nostalgia; ma non c'è solo questo. il figlio da innalzare sulle spalle affinché colga con meraviglia mischiarsi fumo è stelle, diviene l'erede di una speranza, quasi timido anelito alla immoralità dell'uomo.

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  2. Carmelo Pirrera24 giugno 2012 12:25

    Bella poesia, giocata tra presente e ricordo fusi in un'unica fiamma di nostalgia; ma non c'è solo questo. il figlio da innalzare sulle spalle affinché colga con meraviglia mischiarsi fumo è stelle, diviene l'erede di una speranza, quasi timido anelito alla immoralità dell'uomo.

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