lunedì 13 dicembre 2021

Pere Gimferrer

APPARIZIONI 


IV

 

La sensazione dello spazio esterno,

di quel ch’è fuori dallo spazio in cui muoviamo

il nostro corpo e fuori dallo spazio

che ci racchiude. Non il vuoto del cielo

che riempie la memoria se chiudiamo

gli occhi né un’assenza impossibile di spazio,

con un vagare di corpi senza corpo

nel vasto vuoto. Non la mappa del nulla

né l’inutile lavagna d’una notte farinosa.

Non un vuoto mentale, pioggia lenta,

silenziosa nel buio, che ci addolcisce l’anima

inzuppata dal freddo e dai ricordi nebbiosi

d’un giardino morto, del cammino

dell’adolescenza, o d’ogni luogo che amore

o desiderio rivestono col bianco spettro

dello splendore. Non vuoto d’altri tempi

in uno spazio vuoto, né l’ombra dello spazio

o le sue immagini. Lo spazio esterno

non ha centro. Vivendo, a volte si sente

una ruota poderosa, un frastuono, un ansimare

di stantuffi, la notte che respira ferro e fumo,

la tensione degli assi che ci legano al nucleo,

radice dell’esistere. Come potremmo vivere

ignorando d’avere anche noi un centro?

È il regalo del sogno: minaccioso e raggiante,

come una perla nera, che alla vista è divina,

ma toccandola uccide. Il tatto non esiste,

nel sogno, e l’occhio forse, nel buio,

non vede niente. Il lucore della perla

è un fuoco invisibile al centro del mondo.

Il mondo senza centro ha un altro centro.

Il sogno placa le molle della vita,

sospese nella notte come i pistoni e i ganci

di una fabbrica vuota, nuda sotto le stelle.

Ma quella quiete è ascolto. Cessano le spinte

degli assi gravitanti verso il centro,

gli affetti umani, il ricordo, il disprezzo,

l’acqua scura dell’odio, il desiderio giallo

d’ansia, il piacere, balenio frenetico

nel letto degli amanti, e la nuda passione,

oscena zucca dagli occhi rossi, umori

e fiamma su lenzuola in tempesta, la paura

dal riso ripugnante, la tana dell’invidia,

e la pietà, giullare pallido della brutalità.

Tace anche l’io, chiacchierone e volubile,

gonfiato più d’un conto col frutto marcio

di qualche conoscenza, con lo studio scialbo

e con l’arido orgoglio. E questi impulsi,

senza centro né cardini, stridono girando

nel buio: giungeranno forse al silenzio totale.

Senza centro non vivono e la parola,

ora, non è sapere, volere, o desiderare,

ma solo esistere: come roccia o rovo,

come olivo afferrato alla pietra assetata,

come animale a cui basta il silenzio

conclusivo del mondo e beve la notte

come una brocca d’acqua fresca, sentendo

se stesso e il firmamento come unica parte

della vita che passa, paesaggio interiore,

culla del mondo. Qualcuno, o qualcosa

in noi, conosce questo centro. Sappiamo

la pietà delle tenebre e dell’acqua,

di quel che non vediamo e che ci sfugge

dalle mani per ritornare: il tempo, già vissuto

come memoria quand’è ancora presente.

Le immagini di ieri scoloriscono la tela

del tempo. Percezione del tempo vissuto:

riflessi del passato oscurano il presente,

sulla pelle del ricordo qualche macchia,

l’impressione di vivere qualcosa senza luce

né conoscenza nella confusione dell’istante.

Sogno è trovare un centro in questa vita

d’oscurità esteriore. Né attrazione,

né vincolo: distacco. Liberi dal senso,

fuori dal mondo, nel centro dell’essere,

che non è centro d’impulsi, ma fuoco vivo

e chiaro dell’assenza d’ogni costrizione.

Come chiudendo gli occhi, per esempio,

sfumano i contorni delle forme visibili,

e c’è un oscuro spazio di luce

immaginaria con forme non visibili,

immagini mentali senza peso né volume,

non oggetti o persone, niente che si possa

dire con parole concrete o concetti.

Come il sogno, anche l’ombra possiede

un suo centro, e possiede creature:

è un altro mondo, quieto e senza rumori,

calmo e lento come acqua che sgocciola

o il passaggio d’una nuvola biancastra.


Traduzione di Francesco Dalessandro

 

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