venerdì 17 dicembre 2021

Pere Gimferrer

 APPARIZIONI


VI

 

Parlare del fulgore senza centro,

del nostro centro. Anello di Saturno,

accerchia ciò che siamo: sbuffo di fumo e gas

compresso e dilatato, la pressione

dell’aria, nerume viola di vapori, l’affanno

di contorni soffocati dalla nebbia,

pietre angolari, stagni bianchi di schiuma,

acqua fangosa, torbida e sulfurea,

varchi in un cielo basso e tetro, 

nuvoli di fumo di una pentola bollente,

come un vaso nel forno o un ventre

a metà digestione, candore spogliato

da labbra dolci, fuoco di zucchero candito

sulla pelle, fuoco d’aria fumante

che consuma il colorito nocciola

del corpo, tiepido e occulto come fanali

d’acqua.

                Alzarsi, di notte, e vedere

la folgore bianca e rossa, cenerina

e azzurra, che urlando spopola le strade,

che percuote la città disfatta, spaventata

e livida, sciabolata che incendia le piazze,

lo sguardo della folgore nella luce

violetta dei portici, l’oro della folgore

che spoglia e veste i palazzi di velluto,

colonna di luce in un tempio di lecci

e folgori.

                 Niente è torbido. Il mondo

è più nitido se la notte dai vetri del balcone

dissolve il vapore, la nebbia che ci abitua

a vivere in essa, filamento fibroso

dell’essere sensibile. Non è il chiarore

il sentimento che ci domina: viviamo

rinfrescati da uno scampanio d’acqua,

bruciati come la seta ferita dagli spilli,

sparsi come l’ordito azzurro dell’inverno,

crepuscoli di vetro, emulsione di lastre

di fulgore convulso, luce di laboratorio

nera di sole e neve nella memoria.

Ricorderemo questo, della vita: il freddo

che faceva, le dita gelate, con un suono

liquido di campanelli, in un giorno

di neve, il gusto di stracci e salamoia

di un sesso oscuro in fondo a un magazzino,

le cosce nude come il salice notturno

e il dolce di un ventre di spuma;

o forse neanche questo. L’estate

ci sprona con ferri e frecce, con rossori

che cancellano il vetro della vista

temporale. Una notte di cemento

e di platani pioventi nelle tenebre:

il passato che scuote un polline d’ombre,

brusio d’alberi e ricordi sussurrati,

navi perdute, l’oriente, la voce di paesi

come bagliori d’onde. Così il ricordo

e il chiarore senza centro: non la luce

sentita, ma un peso di luce e d’acqua

nell’anima. Cosa palpita e parla

d’un desiderio fatto di mandorli,

della gioventù vestita d’alghe, della rosa

nera dell’adolescenza? Cosa parla

in modo da farci dire «Sono questo»?

Chi grida, chi ci conosce? Quale mormorio,

più pallido della pelle nella febbre

del piacere, più segreto del gioiello

nello scrigno? Quale notturno suonatore

davanti a un cielo di lacca e rumori?

Chi sa il nome della festa incendiata

da quell’amore passato, o di ciò che volevamo

diventare, cosa lacera, morta, svilita,

ma che ancora fa male? Chi pronuncia

il nostro nome? Senza freddo né paura,

davanti a un cielo stellato attendiamo

la morte come un’esplosione di luce

accecante o un’estate di violento

splendore, mentre uno scroscio sparge

il silenzio del paradiso.


Traduzione di Francesco Dalessandro

Nessun commento:

Posta un commento